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	<title>LA GUERRA DEI TRENT&#039;ANNI</title>
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	<description>POLITICA E TELEVISIONE IN ITALIA 1975-2008</description>
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		<title>La borghesia &#8220;illuminata&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 16:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[recensione di Luca Michelini, Professore di Storia del pensiero economico, Università LUM di Bari, tratta dal blog Ammiraglio61, 17 ottobre 2009 Ho letto il testo di Franco Debenedetti e Antonio Pilati La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008, perché intuivo ciò che, nel corso della lettura, ha dimostrato di essere: non un’analisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di Luca Michelini, Professore di Storia del pensiero economico, Università LUM di Bari, tratta dal blog <a title="Ammiraglio61's blog"  href="http://ammiraglio61.wordpress.com/2009/10/24/la-borghesia-%E2%80%9Cilluminata%E2%80%9D/">Ammiraglio61</a>, 17 ottobre 2009</p>
<p>Ho letto il testo di Franco Debenedetti e Antonio Pilati La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008, perché intuivo ciò che, nel corso della lettura, ha dimostrato di essere: non un’analisi dell’anomalia italiana – poniamo: Silvio Berlusconi –, ma un importante documento d’epoca, ovvero dei pensieri e delle pose delle classi dominanti e dirigenti italiane degli ultimi vent’anni, di cui i due autori sono autorevoli rappresentanti per meriti sociali e istituzionali.<br />
<span id="more-524"></span><br />
Le pose: gli autori hanno chiara in mente una filosofia della storia, che consente con semplici tratti di penna di capire la metafisica degli avvenimenti umani, civettando qua e là non solo con i numeri della ragioneria, con le alchimie dell’industria e con i codici del giure, ma anche con pagine difficili come quelle della scuola di Francoforte, di Vattimo e di qualche altro astruso autore, perfino con i testi di Brecht. Siamo in presenza di una “visione complessiva del mondo”, capace di capire il senso recondito di ogni minimo avvenimento, di cui si trova l’esattissimo posticino nel progressivo manifestarsi delle potenzialità del “mercato”, del merito, dell’iniziativa privata, della libertà[1].</p>
<p>I pensieri di costoro sono quelli di una élite intellettuale e sociale che ha cercato di spiegare in ogni modo al nascente Partito Democratico quali fossero le mete ideali e sociali che doveva perseguire, per inseguire l’arduo cammino della modernizzazione: niente più vetuste distinzioni tra destra e sinistra, per fare largo al libero mercato, soprattutto della forza-lavoro, cominciando con l’abolizione dell’articolo diciotto. “Mai come ora – scrive D. dopo aver notato di passata la debolezza attuale del sindacato – ci sarebbero le condizioni perché gli innovatori presenti a destra e a sinistra negli schieramenti collaborassero tra loro, o guardassero alla parte politica che più da garanzie di realizzare riforme innovatrici indipendentemente da lealtà a identità politiche”[2].</p>
<p>Ma che cosa ha impedito al PD di compiere fino in fondo il cammino, di risolvere “il problema della identità della sinistra”? I fattori sono diversi, ma uno su tutti ha prevalso: l’assurda “guerra dei trent’anni” che ha visto l’opposizione costruirsi un’identità attorno all’antiberlusconismo (ultima, tremenda incarnazione: il progetto di legge Gentiloni). Perché assurda? Perché “gli argomenti” sono “deboli e inconcludenti”[3].</p>
<p>Le indicazioni di D. sono diverse, le une dirette, le altre meno, come quelle che, di fatto, indicano nella lotta ingaggiata da Scalfari contro Berlusconi (o viceversa? Curiosamente il testo non offre in materia alcuna precisazione), anche sul piano industriale e finanziario, una delle cause della strana e inutile guerra. Ma soffermiamoci sul punto essenziale, sul nocciolo dell’argomentazione di D.: che cosa afferma la vulgata antiberlusconiana, quella dei governicchi del centro-sinistra, a cui finalmente Veltroni ha messo fine (proprio bravo, questo Veltroni)? La vulgata afferma che il problema Berlusconi risiede tutto nel conflitto di interessi. Ebbene, “il ragionamento si basa su assunti apparentemente di buon senso, in realtà è meno ovvio di quanto sembra, per ragioni logiche ed empiriche”. In primo luogo non pare sussistere alcun legame tra potere televisivo e scelta politica: la Lega, per esempio, vince pur non accedendo e non possedendo il mezzo televisivo; in secondo luogo, “il nodo del conflitto di interessi è difficile da dipanare essenzialmente per motivi politici: infatti le soluzioni costituzionalmente praticabili o sono inefficaci o danneggiano chi le propone. Così ad esempio, se si considera pericoloso, e quindi da evitare, il sommarsi di potere politico con un rilevante potere economico in qualunque settore, oltre alla difficoltà tecnica di definirne i limiti quantitativi, si finisce per considerare soggetti pericolosi gli imprenditori che hanno avuto successo, i capitalisti. Ancora un passo e si finisce per considerare pericoloso il capitalismo”[4].</p>
<p>Vi è poi l’aspetto pratico della questione: le elezioni si perdono se si impone la vendita delle televisioni, che nella “nostra giurisdizione” è assimilata all’esproprio. E’ insomma “assurdo opporre un divieto amministrativo alla volontà della maggioranza degli elettori”. E si immagina il lettore “che cosa sarebbe successo se il buon senso e la coscienza democratica non avessero prevalso” nel far fallire ogni tentativo di rendere  non eleggibile Berlusconi?[5]</p>
<p>Questa le filosofia della storia di D.: che ci informa sì, che la guerra contro Berlusconi è finalmente e opportunamente finita grazie agli sviluppi conosciuti dalla tecnologia (il digitale, internet ecc.), che renderà ancora più ampi di quelli esistenti gli spazi di libertà della rete, ma che ci informa altresì di quanto la borghesia che pensa di essere modernizzatrice sia legata a Berlusconi a filo doppio e sia disposta, come è sempre stata disposta in Italia, a buttare alle ortiche le leggi e i diritti, quando ostano al sacro principio della proprietà privata – ma tale può veramente dirsi quella costruita grazie allo Stato e alla politica (a Craxi, insomma) – o alla volontà della maggioranza.</p>
<p>D. ci lascia anche qualche perla sulla crisi: si tratta della fine del capitalismo? Intanto dalla crisi si uscirà prima di quanto si creda. Ma “sarà un dramma se lo Stato, entrato per salvare, restasse per occupare, se le restrizioni temporanee diventassero permanenti, se le medicine per debellare l’emergenza diventassero una droga quando sarà necessario lo scatto per la ripresa. Lo sarà soprattutto per l’Italia che più di tutti i paesi occidentali ha conosciuto la pervasività dello Stato nell’economia. L’abbiamo ridotta solo costrettivi dall’immanenza del disastro: ci portiamo dietro, cronicizzata, una debole fede nel valore del mercato”[6].</p>
<p>Conclusione: “Questa guerra dei trent’anni non è stata solo per la liberalizzazione dello spazio televisivo. Mani Pulite prima, e la vittoria di Berlusconi poi, sono state la rottura di equilibri politici che duravano dalla Costituente. Si è fatta strada l’idea che è necessario superare il patto da cui è nata – per alcuni, tra cui il sottoscritto, anche nella sua prima parte –, per riformare la forma di Stato e di Governo, per ampliare gli spazi dell’iniziativa privata. Sarebbe un ben beffardo destino se l’assetto di potere ritornasse allo stesso punto di dove era trent’anni fa, se questa guerra combattuta per più privato e più libertà nei media finisse con più Stato e più regole nell’economia; se chi ha costruito il suo successo sulle macerie dei vecchi partiti, ricostituisse a propria vantaggio lo stesso sistema di potere di cui essi si alimentavano”[7].</p>
<p>Del resto, la nascita del Partito della Libertà, scrive D. citando il filosofo Biagio De Giovanni (che collabora, guarda caso, al “Riformista”, tra i campioni di “debenedettismo”), sancisce la nascita del “partito della borghesia italiana”, quindi un partito della “rivoluzione liberale”, non più “garante”, come la DC, della Costituzione[8]. E qui e là D. lascia intravedere una certa ammirazione per il Tremonti di La paura e la speranza, oltre che per il Berlusconi campione di libertà d’iniziativa antimonopolisitica e antistalista (la Rai è IRI, partecipazioni statali, orrenda lottizzazione partitica eccetera).</p>
<p>Mi pare che a commento di questa triste testimonianza della cultura delle nostre classi dominanti e dirigenti (il vero conflitto di interesse è dato dalla RAI lottizzata), si possa richiamare un passo di un autore liberal-conservatore, che per un certo periodo fu addirittura vicino, politicamente, ai socialisti di Filippo Turati, che in quel torno di tempo invitava, proprio come oggi invita D., ad abbracciare la fede liberista, anche se in un contesto strategico assai diverso da quello tratteggiato da D.. L’autore è Vilfredo Pareto: “Gli imprenditori risentono vivamente la pressione della libera concorrenza. Per sottrarvisi richiedono al governo ogni specie di protezione: protezione contro la concorrenza dei paesi stranieri; protezione contro gli operai (scioperi, associazioni operaie, ecc.); protezione mediante l’alterazione di monete; protezione contro i possessori di risparmio, il governo provvedendo a conceder prestiti ad un saggio minore di quello che si determina liberamente sul mercato; protezione per i trasporti per terra e per via d’acquea; sovvenzioni marittime; premi, ecc., ecc. Ogni governo, che accorda tali protezioni, impedisce agli ‘imprenditori’ di assolvere la loro funzione sociale. Opera come un governo socialista, che, dopo di aver incaricato dei funzionari di determinare i coefficienti di fabbricazione che danno il massimo di ofelimità, permettesse a questi funzionari di non farne nulla; ben peggio: permettesse loro di determinare i coefficienti di fabbricazione sì da favorire certi interessi particolari. Gli imprenditori, che assolvono la loro funzione sociale, sono degli esseri utili. Gli imprenditori, che non l’assolvono, sono, quanto meno, dei parassiti e possono divenire estremamente nocivi”[9].</p>
<p>La libera concorrenza è fenomeno tremendo: coloro che pensano che sia l’ultimo approdo dell’umana libertà, dovrebbero saperne subirne le conseguenze, economiche (fallimenti) e sociali (disoccupazione e relativa instabilità sociale e politica e relativi pericoli rivoluzionari), in ogni circostanza: anche, e direi soprattutto durante la crisi. Per il timore che lo Stato allunghi troppo le mani, non sarebbe allora meglio impedire qualsiasi salvataggio? Se la crisi finanziaria è già alle nostre spalle, perché non fare fallire tutte le imprese, anche bancarie, di cui il mercato decreta l’inconsistenza? La disoccupazione? Stiano pur tranquilli i disoccupati, che l’abolizione dell’articolo diciotto, rendendo il mercato flessibile quanto mai, consentirà loro di trovar ben presto degno posto all’interno della Repubblica fondata oggi sul lavoro, domani, chissà, sul profitto e sulla quasi-rendita politico-economica.</p>
<p>Il pericolo della nascita del “partito della borghesia” è quello denunciato da tutti i liberal-liberisti italiani, da Pareto a Luigi Einaudi: che la borghesia, magari un solo imprenditore o pochi gruppi imprenditoriali, asservano lo Stato per il conseguimento di meri ed immediati interessi di classe, per far sopravvivere caste e ceti, non certo l’impulso al progresso economico e alle libertà civili e sociali. D. non sfugge alla regola: e lo testimonia la sua simpatia per Tremonti, novello “antimercatista” e “neo-protezionista”, collettivizzatore delle perdite, ma non dei benefici della “libera concorrenza”. Mi piace ricordare che è da questa semplice idea – essere cioè lo Stato, inevitabilmente e intrinsecamente, uno Stato di classe, nel senso più deteriore del termine – che nacque la critica liberal-liberista non solo al socialismo, in ogni sua forma, da quella di Turati a quella di Gramsci, ma anche al fascismo: non al mussolinismo, ma appunto al fascismo come sistema di potere economico e sociale, prim’ancora che politico e mediatico. Ma presumo che D. da tali considerazioni sarebbe irritato, visto che considera l’antifascismo, e i lai attuali di coloro che intravedono nel “partito delle libertà” i prodromi di un regime liberticida e denunciano “l’emergenza democratica”, tra i fattori che hanno decretato il fallimento della modernizzazione della sinistra italiana.</p>
<p>Sconvolge che apologeti del mercato come D. abbiamo costituito, e ancora costituiscano, l’ossatura di una parte rilevante del PD (ma alle europee D. ha votato radicale, spiega sul suo sito dove pubblica alcune sue interviste e articoli: si è stizzito dalla candidatura di Cofferati, che egli ritiene – che dio lo perdoni – un socialdemocratico “vecchi tempi”). Sconvolge che coloro i quali si considerano “borghesia illuminata” in cerca di forze sociali cui appoggiarsi per “modernizzare” il paese, considerino Berlusconi, in ultima analisi, un povero zotico che non ha capito, poveretto, che avrebbe vinto anche senza Rete4, Canale5, Italia1, Rai1, Rai2, una Rai3 spappolata dai post-comunisti (guarda caso nel testo non c’è traccia di questa vicenda), senza tutto l’impero Mediaset (che pare faccia sempre molti milioni di utili). Sconvolge che tanta intelligenza sia rivolta ad un lettore considerato un perfetto imbecille, uno dei tanti ascoltatori televisivi odierni, pronti a ubbidire ad ogni sorta di pubblicità commerciale, tranne che a quella politica: “la questione televisiva, sentenzia D., finisce senza vincitori: per Mediaset i tempi d’oro sono passati, della Rai non è neppure il caso di parlarne, anche i giornali politici sono in crisi non solo congiunturale”[10]. Questi trent’anni, insomma, non sono esistiti, l’ascesa di uno dei maggiori capitalisti italiani al potere esecutivo e legislativo sono uno scherzo della natura, un ritaglio di cronaca paesana, giocandosi le sorti della Nazione su ben altri terreni; primo tra tutti la sistematica distruzione di fatto e di diritto della nostra Costituzione, che D. vorrebbe finalmente cestinata definitivamente; e poi il progressivo radicarsi, udite udite, della libertà di informazione e della libera concorrenza. Il lettore sappia che ci apprestiamo a non vivere anche i prossimi, di anni, che già si caratterizzano per il tentativo sistematico, da parte del potere legislativo e governativo, di controllare le nuove forme mediatiche cui allude D. Il quale, con le sue riflessioni, dimostra quanto attenta sia la borghesia illuminata (sic!) ad individuar, con attento scandaglio del progresso tecnologico, spazi di libertà da… controllare e soffocare nel prossimo futuro, da arare come terreno di quasi-rendite politico-economiche.</p>
<p>In ogni modo, il testo di D. è utile per decifrare le forze oggi in campo: per questa borghesia modernizzatrice (sic!) il gran nemico è “Repubblica”, i “girotondini”, l’antiberlusconismo, la distinzione destra/sinistra, la nostra Costituzione, le leggi tutte, qualsiasi forma di organizzazione sindacale, qualsiasi tentativo di rendere pluralistica l’informazione e la cultura, qualsiasi accenno di critica alla società della pubblicità, qualsiasi tentativo di capire che cosa significhino i termini di “imprenditore” e di “concorrenza”, qualsiasi tentativo di considerare la proprietà privata una istituzione sociale, qualsiasi ragionamento sulla natura dello Stato e sulle sue funzioni. Il lettore immagina che ruolo ha ricoperto il coautore del testo, cui chiediamo scusa per non aver analizzato nemmeno un rigo del suo contributo? Era membro dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato!</p>
<p>Due parole, infine, sulla casa editrice Einaudi: che appare essere parte costitutiva di un impero berlusconiano sempre più pervasivo e trasversale. Per D. non esistono, perché non possono esistere, editori “puri”; mi permetto di aggiungere: nemmeno case editrici “pure”. A quando, ministro Gelmini, un elenco preciso e “obiettivo” delle case editrici più prestigiose, quelle che consentono di acceder diritti diritti ad una cattedra universitaria o a un ministero o alla presidenza dell’Antitrust? Il ministro sappia che l’ingegner D. è pronto a sacrificarsi per il bene del Paese!</p>
<p>[1] Un esempio per tutti: “il compromesso storico come rinegoziazione del patto costituzionale era inapplicabile perché con il primo centrosinistra negli anni Sessanta si era rotto lo schema chiuso e organicistico della comunità nazionale e nel paese era cresciuto il bisogno di libertà e di partecipazione non inquadrata” (Einaudi, Torino, 2009, p. 42).<br />
[2] Ibid., p. 140.<br />
[3] Ibid., p. XI.<br />
[4]  Ibid., p. 91.<br />
[5] Ibid., pp. 91-2.<br />
[6] Ibid., p. 146.<br />
[7] Ibid., p. 146.<br />
[8] Ibid., p. 136.<br />
[9] V. Pareto, Corso di economia politica, Einaudi, Torino, 1943, vol. II, p. 105.<br />
[10] La guerra dei trent’anni, p. 128</p>
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		<title>Tv, perché il monopolio ha prodotto Berlusconi</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 13:54:21 +0000</pubDate>
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<p>di Tonino Bucci, da Liberazione del 06 Agosto 2009</p>
<p>«La nostra tesi è che la questione televisiva e di rimando il problema politico del berlusconismo siano il frutto di anomalie antiche, di molto anteriori alla famosa discesa in campo, e che a tutt’oggi in gran parte perdurano». Il libro di Franco Debenedetti e Antonio Pilati, La guerra dei Trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008 (Einaudi, euro 19), fa lo stesso effetto di un’autoanalisi. I saggi dei due autori &#8211; l’uno, con un excursus politico alle spalle come senatore del centrosinistra per tre legislature, l’altro studioso di media e componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato &#8211; l’autocritica interna a una parte dell’opinione pubblica di sinistra italiana che non ha mai capito bene cosa fosse il berlusconismo e quando ha provato a farlo ha preso lucciole per lanterne. L’accusa, nella fattispecie, è che una parte maggioritaria della sinistra si è così attardata sull’idea che Berlusconi fosse la causa corruttrice del sistema televisivo, la fonte del degrado culturale e morale, da non rendersi conto che è stato piuttosto un sistema politico di antica data e un certo modo di gestire il potere ad aver reso possibile la nascita del berlusconismo e la crisi attuale della politica. A forza di confondere le cause con gli effetti non si è capito che non è Berlusconi a creare l’anomalia, ma che l’anomalia italiana ha creato il berlusconismo. Le responsabilità affondano nel passato di una storia trentennale.<br />
<span id="more-519"></span>«Quando si fa della questione televisiva il cardine dell’opposizione politica a Berlusconi, quando si concentra ossessivamente la battaglia politica sul conflitto di interessi, su presunte violazioni della Costituzione, sull’abuso di posizione dominante, quando tutto viene genericamente ricondotto a un degrado culturale ed etico indotto dalla televisione commerciale, si mira al bersaglio sbagliato, non si capiscono le ragioni del successo di Berlusconi e non si costruisce una solida alternativa alla sua politica. Sono queste le debolezze logiche e politiche dell’antiberlusconismo televisivo». Occorre risalire all’epoca del consociativismo, ai cascami del compromesso storico tra Dc e Pci, alla lottizzazione per focalizzare come mai in Italia non ci sia mai stata una riforma televisiva. E se pure la spartizione rappresentò una specie di risarcimento per la conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti, la possibilità per questi ultimi di avere una rete, alla lunga quell’equilibrio nella gestione del potere impedì di mettere mano sul serio a un settore così strategico per il governo della società come quello televisivo. Si finì, in altre parole, col lasciare un’autostrada aperta al craxismo, alla televisione commerciale e a quell’intreccio spregiudicato di politica e affarismo che avrebbe generato il berlusconismo, pur di non intaccare lo status quo della Rai. Il confine era segnato, da una parte e dall’altra due territori intoccabili: di qua le poltrone di viale Mazzini, di là la tv commerciale del Cavaliere, ognuno padrone in casa propria. Anche se non convincono affatto i toni eccessivamente apologetici con i quali Debenedetti descrive e costruisce la figura di Craxi come l’eroe in lotta contro la conservazione. Attribuisce al craxismo una spinta modernizzante «che mira innanzitutto alla crescita del mercato interno, dei nuovi gusti e dei nuovi consumi e quindi delle aziende che possono promuovere e soddisfare quelle nuove richieste». Certo, Craxi intuisce le potenzialità della televisione tanto nel campo della comunicazione politica quanto in quello della soddisfazione di nuovi bisogni simbolici. Ma è una &#8220;modernità&#8221; che si fa strada con i colpi inferti alla scala mobile, ai salari e in virtù di un’alleanza con i gruppi più spregiudicati dell’imprenditoria italiana. Un Craxi, insomma, che pur di uscire dall’angolo in cui il compromesso Dc-Pci l’ha spinto, è disposto ad allearsi con gli spiriti più animali. E’ un modernismo al quale bisogna fare la tara anche quello di Claudio Martelli quando da responsabile nazionale del Psi per la cultura e l’informazione se la prendeva &#8211; come ricorda Debenedetti &#8211; con «un’espansione della Rai abnorme, incontrollata» che invadeva «tutto lo spazio disponibile, soffocando la stampa, le tv private, e il cinema, quasi fosse un nuovo Minculpop».<br />
Delle tesi di Debenedetti convince semmai di più quella che spiegherebbe l’anomalia televisiva italiana. Il problema fondamentale che è un imprenditore privato può oggi avere un enorme potere nella sfera pubblica senza dover rispettare i requisiti fondamentali di un servizio pubblico. La causa paradossale di questa situazione è che si è insistito nel pensare che l’unico servizio pubblico dovesse essere quello della Rai, cioè di una televisione controllata dallo Stato (anzi dai partiti) e che tutto il resto &#8211; la tv commerciale &#8211; potesse essere utilizzata da un qualsiasi imprenditore privato con il più assoluto arbitrio in quanto &#8220;non pubblica&#8221;. Il non intervento della politica (sancito dalla legge Mammì) ha permesso che Berlusconi fagocitasse uno spazio immenso lasciato libero. Non si è capito l’importanza di una riforma &#8211; e quindi non si è fatta &#8211; che imponesse anche all’imprenditoria privata di garantire e rispettare i requisiti fondamentali di un servizio che per definizione è &#8220;pubblico&#8221; come quello televisivo. Che sia in mano allo Stato o in mano a privati la televisione è comunque un mezzo che occupa lo spazio pubblico, che crea un immaginario collettivo. Il risultato? Un impero televisivo come quello di Berlusconi che detiene un incontrollato potere di penetrare nella sfera pubblica.<br />
«È riconducibile alle scelte dell’immediato dopoguerra &#8211; scrive Debenedetti &#8211; se il sistema politico ha esercitato il suo condizionamento sul sistema televisivo. Se si dovesse individuare la ragione prima, l’ Urgrund , per cui la «questione televisiva» in Italia diede luogo a una guerra di logoramento, in cui soffrirono sia il settore pubblico &#8211; i valori che le forze politiche dovrebbero rappresentare – sia quello privato &#8211; gli interessi degli editori tradizionali che cercarono di entrare nel settore insieme a Mediaset &#8211; è proprio l’ambiguità tra impresa di stato e servizio pubblico, che deriva dalla collocazione della Rai nelle Partecipazioni Statali. Vendute le grandi società dell’Iri, liquidata l’Iri stessa, la Rai si è portata dietro anche nel nuovo assetto proprietario l’irrisolto problema della sua governance». Ha senso difendere il monopolio pubblico oggi, in una situazione di duopolio? O non sarebbe meglio costruire un pluralismo nel quale ogni soggetto sia tenuto a garantire un servizio pubblico degno di questo nome?<br />
Nella seconda direzione va Antonio Pilati che si sofferma proprio sulla crisi del monopolio pubblico &#8211; un modello nato negli anni Venti con il sistema radiofonico (del quale la Bbc inglese è il caso più rilevante). «Il monopolio pubblico &#8211; scrive Pilati -comincia a incrinarsi dopo la metà degli anni Settanta e in meno di un decennio si dissolve in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale. Il periodo-chiave è quello compreso fra il 1975 e il 1977 quando un gran numero di emittenti private avvia trasmissioni terrestri su scala locale violando la riserva del servizio televisivo allo Stato. L’evento ha luogo per la prima volta in Italia e smuove l’immobilismo monopolista dei legislatori trascinando molti paesi all’apertura del mercato». In Francia nasce una pay tv nel 1984, seguita da due reti in chiaro un paio d’anni dopo (La Cinq e M6). Nel 1987 viene privatizzata Tf1, principale rete nazionale. In Gran Bretagna parte nel 1982 Channel 4, la seconda rete commerciale. In Germania fra il 1985 e il 1986 debuttano due emittenti nazionali, Rtl e Sat1. La rottura del monopolio pubblico però non è il risultato di un disegno consapevole, di un decreto politico. E’ piuttosto frutto di processi profondi di natura sociologica e culturale. «Deriva da una perdita di controllo, appare il frutto di circostanze impreviste che fanno emergere energie vitali lasciate per lungo tempo ai margini, poco utilizzate». In Italia la situazione è segnata dall’immobilismo di un quadro politico bloccato. A partire dagli anni Settanta un «sentimento di estraneità verso la politica e verso il suo modo di interpretare la cittadinanza si diffonde in larghi segmenti della società». Quell’immobilismo lascerà ampia libertà di manovra al circuito commerciale dove si incrociano la grande distribuzione e i produttori di beni di largo consumo. Il berlusconismo era alle porte.</p>
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		<title>Tv, una guerra lunga trent&#8217;anni</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 17:06:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Fabrizio Coscia, da &#8220;Il Mattino&#8221; del 24 Luglio 2009 Open publication &#8211; Free publishing &#8211; More il mattino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/ilmattino-300x46.jpg" alt="ilmattino" title="ilmattino" width="300" height="46" class="alignnone size-medium wp-image-516" /><br />
di Fabrizio Coscia, da &#8220;Il Mattino&#8221; del 24 Luglio 2009</p>
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		<title>Quella guerra infinita che ha spezzato Mamma Rai</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 11:11:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Carlo Rognoni l&#8217;Unità del 22 luglio 2009 Open publication - Free publishing - More einaudi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/lunita_logo.gif" alt="lunita_logo" title="lunita_logo" width="200" height="100" class="alignnone size-full wp-image-512" /></p>
<p>di Carlo Rognoni l&#8217;Unità del 22 luglio 2009</p>
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		<title>Politica e televisione: la lunga anomalia italiana</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2009 10:20:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Natascha Fioretti, da Il Corriere del Ticino del 03 Luglio 2009 Non è una novità che il sistema televisivo italiano rappresenti un&#8217;anomalia rispetto a quello degli altri Paesi europei, in particolare per il suo rapporto a doppio filo con la politica e la sua dipendenza dai poteri forti. Sull&#8217;argomento si è già scritto tanto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-497" title="header_cdt_webjournal" src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/header_cdt_webjournal-300x29.png" alt="header_cdt_webjournal" width="300" height="29" /></p>
<p>di Natascha Fioretti, da Il Corriere del Ticino del 03 Luglio 2009<span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Verdana;"><em></em></span></span><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Verdana;"><em><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-family: Verdana;"><br />
</span></span></em></span></span></p>
<p>Non è una novità che il sistema televisivo italiano rappresenti un&#8217;anomalia rispetto a quello degli altri Paesi europei, in particolare per il suo rapporto a doppio filo con la politica e la sua dipendenza dai poteri forti. Sull&#8217;argomento si è già scritto tanto, soprattutto da quando il proprietario delle tre maggiori Tv commerciali si è candidato in politica e per quattro volte è stato eletto presidente del Consiglio. Detto questo, è di recente uscito un libro in Italia, che torna a parlare della questione ma lo fa in modo originale, controcorrente rispetto ai soliti clichés e luoghi comuni in passato spesi sull&#8217;argomento, e, soprattutto, con l&#8217;occhio critico e sapiente di chi conosce la materia, quella politica, ed è il caso di Franco Debenedetti (senatore con il centrosinistra per tre legislature) e quella normativo-legislativa, ed è il caso di Antonio Pilati (componente dell&#8217;Autorità garante della Concorrenza e del mercato).</p>
<p><span id="more-496"></span>Il titolo «La Guerra dei trent&#8217;anni &#8211; Politica e televisione in Italia 1975-2008» parla per sé, e il riferimento al conflitto che nel Seicento devastò l&#8217;Europa è tutt&#8217;altro che casuale. Si tratta di una metafora voluta per dimostrare come l&#8217;ingresso del privato, della televisione commerciale nel sistema televisivo e politico italiano a metà degli anni Settanta, abbia dato vita ad un vero e proprio conflitto di interessi durato trent&#8217;anni, durante il quale ci si è preoccupati, da un lato, di mantenere il monopolio del servizio pubblico e di limitare l&#8217;espansione del settore privato, ingaggiando una guerra di potere in nome del conflitto di interessi; dall&#8217;altro, sono state fatte proprie certe anomale logiche politiche e di mercato già esistenti (dunque il conflitto di interessi è un male che affligge il sistema televisivo italiano già molto prima di Berlusconi ed è un problema soprattutto politico) utilizzandole nel quadro della creazione e dello sviluppo del polo televisivo commerciale.<br />
E se, un po&#8217; per sfinimento, come la guerra citata, un po&#8217; per la crisi finanziaria e le innovazioni tecnologiche, il conflitto televisivo sta volgendo al termine, quello politico persiste, e lo farà fino a quando, a sinistra come a destra, non si abbandoneranno quelle logore e consunte logiche corporative da sempre insite nel sistema politico italiano. Quelle stesse che, dall&#8217;inizio, hanno impedito di comprendere le reali opportunità e prospettive che la Tv commerciale offriva, e dunque di agevolarla e di regolamentarla, trasformando una guerra televisiva prima, in una guerra tra partiti, poi, con l&#8217;entrata in politica di Silvio Berlusconi, tra schieramenti e ideologie politiche opposte. Quindi, nel panorama dei molti scritti sul tema, il libro ha il pregio principale di proporre una nuova chiave di interpretazione e di lettura. In particolare la prima parte, quella di Franco Debenedetti, che oltre alla fortunata metafora propone una serie di azzeccati rimandi letterari e argute riflessioni, figlie del nostro tempo e di chi il mondo politico italiano lo ha vissuto da vicino. La seconda, di Antonio Pilati, è ricca e ben documentata, con abbondanza di elementi tecnici che la rendono sicuramente stimolante per chi è addentro alla questione televisiva ma che rischiano di far arenare il lettore meno esperto.</p>
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		<title>Rai, D&#8217;Alema: «Tg1 di Minzolini è come la tv sovietica»</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 17:40:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Il Messaggero del 03 Luglio 2009 ROMA (2 luglio) &#8211; Il Tg1 di Augusto Minzolini non ha nulla da invidiare alla vecchia tv sovietica. Lo ha detto Massimo D&#8217;Alema intervenendo al dibattito per la presentazione dell&#8217;ultimo libro di Franco Debenedetti e Antonio Pilati «La guerra dei 30 anni, politica e televisione in Italia 1975-2008». [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/06/logo_msgr_testata_big-300x47.gif" alt="logo_msgr_testata_big" title="logo_msgr_testata_big" width="300" height="47" class="alignnone size-medium wp-image-300" /></p>
<p>Da Il Messaggero del 03 Luglio 2009</p>
<p>ROMA (2 luglio) &#8211; Il Tg1 di Augusto Minzolini non ha nulla da invidiare alla vecchia tv sovietica. Lo ha detto Massimo D&#8217;Alema intervenendo al dibattito per la presentazione dell&#8217;ultimo libro di Franco Debenedetti e Antonio Pilati «La guerra dei 30 anni, politica e televisione in Italia 1975-2008». L&#8217;esponente del Pd ha rivelato al pubblico di essere un «buon consumatore di Sky». «Qualche giorno fa &#8211; ha aggiunto riferendosi alla visita di Berlusconi a Cipro &#8211; ho deciso di vedere il Tg 1 proprio il giorno in cui inopinatamente il premier si è presentato ad una riunione di ministri degli esteri. Evidentemente lo aveva fatto apposta per creare un evento mediatico. Il Tg 1 ha mandato la notizia con le immagini di repertorio di un incontro antecedente di Berlusconi con altri capi di governo. In altre occasioni avremmo detto che questa &#8216;è una tv sovietica».</p>
<p><span id="more-463"></span>Questa battuta di D&#8217;Alema ha indotto uno dei presenti a ricordargli che anche lui è stato filosovietico. «È vero &#8211; è stata la risposta &#8211; ma ora questa tv sovietica ve la godete anche voi».</p>
<p>Il conflitto d&#8217;interessi avvelena la politica. «Il conflitto d&#8217;interessi di Silvio Berlusconi per le sue televisioni avvelena la vita politica italiana e incide enormemente sull&#8217;immagine del nostro paese all&#8217;estero». ha aggiunto Massimo D&#8217;Alema. L&#8217;esponente del Pd ha ricordato che in Italia c&#8217;è un duopolio che non è solo televisivo, ma anche pubblicitario: «In realtà si tratta di due colossi, quello pubblico e quello privato che non gareggiano ad armi pari, anche perchè la Rai ha un tetto pubblicitario. Come presidente del Consiglio Berlusconi influenza un mercato molto delicato, che di fatto opera in una competizione non perfetta e assai poco liberale».</p>
<p>Autocritica per il centrosinistra. L&#8217;ex premier ha quindi chiesto al centrosinistra di fare una «revisione autocritica: il voto viene influenzato dalla tv di Berlusconi, ma questo può non essere determinante. È vero che gli avversari del premier corrono nelle elezioni con l&#8217;handicap, ma questo non è insuperabile anche perchè in Italia finora i cittadini hanno sempre punito chi ha governato». «La situazione del conflitto di interessi &#8211; ha detto ancora D&#8217;Alema è ora rimasta storta. È un nodo che non può essere aggirato perchè pesa sulla vita pubblica del paese. È una realtà che non può essere rimossa. Se a questo punto Berlusconi decidesse di risolvere lui questo problema lascerebbe una splendida eredità agli italiani».</p>
<p>La nota del Tg1. «Se D&#8217;Alema quella sera era davanti alla tv, probabilmente ha avuto le traveggole», afferma una nota del Tg1, aggiungendo che, «dopo aver dato conto della presenza di Berlusconi al vertice di Corfù con immagini della giornata, il Tg1 ha raccontato la storia dei rapporti tra Nato e Russia dal vertice di Pratica di Mare ad oggi, ed in questo servizio sono ovviamente state usate immagini di repertorio». «Le uniche immagini della tv sovietica che sono rimaste nella memoria dell&#8217;onorevole D&#8217;Alema &#8211; conclude la nota &#8211; appartengono evidentemente alla sua gioventù».</p>
<p>Giulietti: saranno abolite anche le previsioni del tempo. «Il direttore del Tg1 ci ha di recente informato di aver in odio il pettegolezzo. Ci farebbe piacere sapere se in questa categoria rientra anche lo spaventoso dato relativo al rapporto fra deficit e pil dal momento che la notizia non è stata ritenuta degna di attenzione e approfondimenti. Di questo passo potrebbero sparire anche le previsioni del tempo qualora dovessero osare prevedere condizioni di maltempo nel regno di Berlusconi». È quanto afferma il portavoce di art. 21 Giuseppe Giulietti.</p>
<p>Bonaiuti: ha nostalgia del passato. «Tv sovietica? L&#8217;onorevole D&#8217;Alema non esprime certo una critica verso il presente ma una profonda nostalgia del tempo che fu». Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti replica alle affermazioni dell&#8217; ex premier Massimo D&#8217;Alema sulla Rai.</p>
<p>Gasparri: D&#8217;Alema obbediva a Mosca. «D&#8217;Alema, che sembra il barbiere dell&#8217; Armata Rossa, ha un bel coraggio a definire sovietico chicchessia. Cresciuto obbedendo alle direttive di Mosca, farebbe bene a non offendere il Tg1» . Replica così il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri alle dichiarazioni di massimo D&#8217;Alema sul Tg1.</p>
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		<title>Politica e televisione «La guerra dei trent&#8217;anni»</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 17:36:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/testata_tempo-300x43.jpg" alt="testata_tempo" title="testata_tempo" width="300" height="43" class="alignnone size-medium wp-image-482" /></p>
<p>Da Il Tempo del 03 Luglio 2009</p>
<p>Negli anni si è guadagnato la fama di «grillo parlante». Cioè di colui che, da sinistra, critica e pungola la propria parte. Senza indulgenze. E infatti Franco Debenedetti, un passato da senatore dell&#8217;Ulivo e un presente da editorialista e commentatore di fatti politici ed economici non fa sconti a nessuno. Neanche nel suo ultimo libro «La guerra dei trent&#8217;anni &#8211; Politica e televisione in Italia 1975-2008», che contiene oltre al suo, un saggio di Antonio Pilati (Einaudi editore, pagg 303, euro 19). Senatore, va bene la guerra della televisione, ma addirittura una guerra dei trent&#8217;anni. Non le pare di esagerare? «Il mio saggio si intitola &#8220;Storia politica della televisione&#8221;. Il problema base di chi affronta un tema storico è: perché le cose sono andate così, e non in un altro modo? Nel nostro caso: perché abbiamo Berlusconi?» E la risposta? «Berlusconi è il padrone della televisione commerciale italiana. In tre mesi ha organizzato un partito, ha vinto. Negli ultimi 15 anni ha vinto tre elezioni su cinque. Un fatto unico sulla scena politica europea. Un&#8217;anomalia? Certo. Ma l&#8217;Italia è piena di anomalie». Ad esempio? «Siamo il Paese che ha avuto il più grande partito comunista occidentale. Una forte influenza della Chiesa. Un sistema iperparlamentare dove la governabilità è sempre un problema. Governi deboli che hanno lasciato formarsi un enorme debito pubblico. Fino al collasso di Mani Pulite».</p>
<p><span id="more-460"></span>Scusi ma cosa c&#8217;entra Berlusconi con tutto questo? «Ho appena incominciato con l&#8217;elenco: se si parla di anomalie, bisogna ricordarle tutte. E non credo che si sanerebbero mandando Rete4 sul satellite». Ma, dicono a sinistra, adesso Berlusconi controlla tutto, anche la Rai. «Proprio per evitarlo, mi battei perché l&#8217;Ulivo al governo privatizzasse la Rai. Mi dicevano che tanto non c&#8217;era nessuno che se la sarebbe comprata. Ma se è così, domando io, il fatto che Berlusconi sia padrone della tv privata è un&#8217;anomalia del sistema televisivo o del capitalismo italiano?» Il Cavaliere è frutto o causa dell&#8217;anomalia italiana? «Solo i più rozzi sostengono che Berlusconi possedendo televisioni, può fare più pubblicità e ottenere più consensi: cioè che così altera il gioco democratico. Se la sinistra ha perso è per l&#8217;incapacità di dare risposte alla richiesta di modernità del Paese.</p>
<p>C&#8217;è una parallelo tra questo essere fuori fase con il Paese e l&#8217;altezzosità e la supponenza con cui le classi dirigenti hanno guardato alla televisione commerciale. La quale invece ha interpretato i desideri, sia degli ascoltatori che volevano cose diverse dalla televisione di Stato, sia degli imprenditori che volevano crescere con la pubblicità». Scusi ma non le sembra un libro troppo indulgente nei confronti del premier? «Non è indulgente verso Berlusconi, è severo verso la sinistra che non ha saputo capire e ha contribuito al successo del Cavaliere. Soprattutto verso quanti, tra i comunisti ma soprattutto fuori, ostacolarono l&#8217;evoluzione dell&#8217;ordine politico in Italia in senso simile a quello del resto d&#8217;Europa. E così si arriva al 1994». La discesa in campo di Berlusconi. «Io ero candidato con i progressisti. Berlusconi voleva fare il partito liberale di massa. Non era ciò di cui l&#8217;Italia aveva bisogno? Certo poi non l&#8217;ha fatto e questo è il motivo per cui non sono berlusconiano. Per la prima volta si parlò di taglio delle tasse. Non l&#8217;ha fatto, ma non è peggio dire che pagare le tasse è bellissimo? E le pensioni? Se Berlusconi non avesse fatto la proposta su cui poi è caduto, non ci sarebbe stata la riforma Dini». Come vede il futuro dell&#8217;Italia? «Il mio capitolo finisce, anche per esigenze editoriali, con il discorso di Veltroni al Lingotto. Da allora ne sono successe di cose e oggi, quello che io vedo, è da un lato un Pd avviluppato nelle crisi interne alle ricerca di un&#8217;identità. Dall&#8217;altro un Pdl percorso sotterraneamente dalla preoccupazione per il dopo-Berlusconi. In mezzo l&#8217;Italia immobile».</p>
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		<title>&#8220;Un errore difendere la Rai. Ora godiamoci il Tg1 sovietico&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 16:42:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-466" title="1187079499891" src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/1187079499891.jpg" alt="1187079499891" width="165" height="124" /></p>
<p>Da Rai News 24 del 03 Luglio 2009</p>
<p>&#8220;Il grande limite del centro sinistra fu non capire l&#8217;errore di arroccarsi nella difesa della tv pubblica. Avremmo dovuto privatizzare la Rai ridimensionandola e mettendola in campo in competizione con le tv private di Silvio Berlusconi. E&#8217; stato un peccato che questo il centro sinistra non abbia voluto farlo&#8221;. E&#8217; questa l&#8217;autocritica dell&#8217;ex presidente del Consiglio D&#8217;Alema nel corso di un dibattito per la presentazione del libro di Franco Debenedetti e Antonio Pilati &#8220;La guerra dei 30 anni, politica e televisione in Italia 1975-2008&#8243;.</p>
<p>Secondo l&#8217;esponente del Pd questa mancata soluzione avrebbe in parte risolto anche il problema del conflitto di interessi &#8220;affrontato dal governo Prodi in modo non efficace&#8221;. D&#8217;Alema ha invece rivendicato al governo da lui presieduto il merito di aver fatto approvare al Senato norme sullo stesso tema più efficaci, poi abbandonate alla Camera dal centro sinistra. Massimo D&#8217;Alema ha quindi ribadito che a suo avviso &#8220;si dovevano introdurre molto tempo fa elementi veri di competizione nel settore televisivo: infatti Sky sta ponendo oggi a Berlusconi molti più problemi di quanto il centro sinistra non gli abbia posto con le sue leggi mal congegnate. Non a caso &#8211; ha concluso D&#8217;Alema &#8211; Berlusconi non hai mai visto con favore la privatizzazione della Rai&#8221;.</p>
<p><span id="more-465"></span><strong>Tg1 sovietico</strong><br />
D&#8217;Alema ha poi confessato di essere un &#8220;buon consumatore di Sky&#8221;. &#8220;Qualche giorno fa &#8211; ha aggiunto riferendosi alla visita di Berlusconi a Cipro &#8211; ho deciso di vedere il Tg1 proprio il giorno in cui inopinatamente il premier si e&#8217; presentato ad una riunione di ministri degli esteri. Evidentemente lo aveva fatto apposta per creare un evento mediatico. Il Tg1 ha mandato la notizia con le immagini di repertorio di un incontro antecedente di Berlusconi con altri capi di governo. In altre occasioni avremmo detto che questa è una tv sovietica&#8221;. Al che uno dei presenti gli ha ricordato che anche lui è stato filosovietico. &#8220;E&#8217; vero &#8211; è stata la risposta &#8211; ma ora questa tv sovietica ve la godete anche voi&#8221;.</p>
<p><strong>La replica da Saxa Rubra</strong><br />
&#8220;Se D&#8217;Alema quella sera era davanti alla tv, probabilmente ha avuto le traveggole. Il TG1, dopo aver dato conto della presenza di Berlusconi al vertice di Corfu&#8217; con immagini della giornata, ha raccontato la storia dei rapporti tra Nato e Russia dal vertice di Pratica di Mare ad oggi, ed in questo servizio sono ovviamente state usate immagini di repertorio. Le uniche immagini della tv sovietica che sono rimaste nella memoria dell&#8217;On. D&#8217;Alema appartengono evidentemente alla sua gioventù&#8221;, è la risposta del Tg1 alle dichiarazioni di Massimo D&#8217;Alema.</p>
<p><strong>Articolo21 contro Minzolini</strong><br />
A riattizzare il fuoco delle polemiche sulla nuova direzione del primo telegionale d&#8217;Italia pensa il portavoce di art. 21 Giuseppe Giulietti: &#8220;Il direttore del Tg1 ci ha di recente informato di aver in odio il pettegolezzo &#8211; attacca &#8211; Ci farebbe piacere sapere se in questa categoria rientra anche lo spaventoso dato relativo al rapporto fra deficit e pil dal momento che la notizia non e&#8217; stata ritenuta degna di attenzione e approfondimenti. Di questo passo potrebbero sparire anche le previsioni del tempo qualora dovessero osare prevedere condizioni di maltempo nel regno di Berlusconi&#8221;.</p>
<p><strong>Nostalgie</strong><br />
Non lascia cadere l&#8217;occasione di polemizzare con D&#8217;Alema il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti: &#8220;Tv sovietica? L`onorevole D`Alema non esprime certo una critica verso il presente ma una profonda nostalgia del tempo che fu&#8221;, ironizza. Più maliziosa la replica del capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto: &#8220;Abbiamo la netta sensazione &#8211; dice &#8211; che la vera ragione degli attacchi di oggi contro il Tg1 non siano dovuti al fatto che in un servizio ha usato immagini di repertorio, ma perche&#8217; in questi giorni si è occupato a fondo delle vicende della sanità pugliese che hanno portato all&#8217;azzeramento della giunta di centrosinistra di quella regione&#8221;.</p>
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		<title>Lite D&#8217; Alema-Tg1 È una tv sovietica, ha le traveggole</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 16:03:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/06/la_repubblica_logo-300x55.gif" alt="la_repubblica_logo" title="la_repubblica_logo" width="300" height="55" class="alignnone size-medium wp-image-303" /></p>
<p>Da La Repubblica del 03 Luglio 2009</p>
<p>Il Tg1 di Augusto Minzolini non ha nulla da invidiare alla vecchia tv sovietica. Ne è convinto Massimo D&#8217; Alema che ha espresso il suo giudizio alla presentazione del libro di Franco Debenedetti e Antonio Pilati &#8220;La guerra dei 30 anni, politica e televisione in Italia 1975-2008&#8243;. «Qualche giorno fa &#8211; ha ricordato riferendosi al viaggio di Berlusconi a Cipro &#8211; ho deciso di vedere il Tg 1 proprio il giorno in cui inopinatamente il premier si è presentato ad una riunione di ministri degli esteri. Evidentemente lo aveva fatto apposta per creare un evento mediatico». Secondo l&#8217; ex presidente del consiglio, il Tg diretto da Minzolini «è stato perfetto: ha mandato la notizia con le immagini di repertorio di un incontro antecedente di Berlusconi con altri capi di governo. In altre occasioni avremmo detto che questa &#8220;è una tv sovietica&#8221;». Anzi, ha tagliato corto, «solo la tv sovietica faceva cose di questo tipo». Eppure, ha aggiunto, «sono cose che incidono enormemente sull&#8217; immagine del nostro paese». Pronta la replica del Tg1: «Se D&#8217; Alema quella sera era davanti alla tv, evidentemente ha avuto le traveggole». Il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, è poi corso in soccorso di Minzolini: «D&#8217; Alema ha una profonda nostalgia del tempo che fu».</p>
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		<title>Attacco al Tg1, lite D&#8217; Alema-Pdl</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 16:01:15 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Il Corriere del 03 Luglio 2009 «Una tv sovietica». È il Tg1 di Minzolini nel servizio sul premier in visita a Cipro nella definizione di Massimo D&#8217; Alema. Intervenendo alla presentazione del libro La guerra dei trent&#8217; anni, politica e televisione in Italia 1975-2008, l&#8217; ex premier ha raccontato di come il Tg1 abbia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-219" title="corriere_della_sera" src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/06/corriere_della_sera.jpg" alt="corriere_della_sera" width="388" height="40" /></p>
<p>Da Il Corriere del 03 Luglio 2009</p>
<p>«Una tv sovietica». È il Tg1 di Minzolini nel servizio sul premier in visita a Cipro nella definizione di Massimo D&#8217; Alema. Intervenendo alla presentazione del libro La guerra dei trent&#8217; anni, politica e televisione in Italia 1975-2008, l&#8217; ex premier ha raccontato di come il Tg1 abbia «mandato immagini di repertorio di un incontro antecedente di Berlusconi con altri capi di governo. Solo la tv sovietica poteva fare cose di questo tipo». Paolo Bonaiuti (Pdl) liquida il giudizio di D&#8217; Alema come «una profonda nostalgia del tempo che fu». Mentre per il Tg1 «quella sera D&#8217; Alema ha avuto le traveggole» e «le uniche immagini di tv sovietica rimaste nella sua memoria appartengono alla sua gioventù».</p>
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