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	<title>LA GUERRA DEI TRENT&#039;ANNI &#187; Recensioni</title>
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	<description>POLITICA E TELEVISIONE IN ITALIA 1975-2008</description>
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		<title>La borghesia &#8220;illuminata&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Oct 2009 16:48:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Guerra dei trent'anni]]></category>

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		<description><![CDATA[recensione di Luca Michelini, Professore di Storia del pensiero economico, Università LUM di Bari, tratta dal blog Ammiraglio61, 17 ottobre 2009 Ho letto il testo di Franco Debenedetti e Antonio Pilati La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008, perché intuivo ciò che, nel corso della lettura, ha dimostrato di essere: non un’analisi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>recensione di Luca Michelini, Professore di Storia del pensiero economico, Università LUM di Bari, tratta dal blog <a title="Ammiraglio61's blog"  href="http://ammiraglio61.wordpress.com/2009/10/24/la-borghesia-%E2%80%9Cilluminata%E2%80%9D/">Ammiraglio61</a>, 17 ottobre 2009</p>
<p>Ho letto il testo di Franco Debenedetti e Antonio Pilati La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008, perché intuivo ciò che, nel corso della lettura, ha dimostrato di essere: non un’analisi dell’anomalia italiana – poniamo: Silvio Berlusconi –, ma un importante documento d’epoca, ovvero dei pensieri e delle pose delle classi dominanti e dirigenti italiane degli ultimi vent’anni, di cui i due autori sono autorevoli rappresentanti per meriti sociali e istituzionali.<br />
<span id="more-524"></span><br />
Le pose: gli autori hanno chiara in mente una filosofia della storia, che consente con semplici tratti di penna di capire la metafisica degli avvenimenti umani, civettando qua e là non solo con i numeri della ragioneria, con le alchimie dell’industria e con i codici del giure, ma anche con pagine difficili come quelle della scuola di Francoforte, di Vattimo e di qualche altro astruso autore, perfino con i testi di Brecht. Siamo in presenza di una “visione complessiva del mondo”, capace di capire il senso recondito di ogni minimo avvenimento, di cui si trova l’esattissimo posticino nel progressivo manifestarsi delle potenzialità del “mercato”, del merito, dell’iniziativa privata, della libertà[1].</p>
<p>I pensieri di costoro sono quelli di una élite intellettuale e sociale che ha cercato di spiegare in ogni modo al nascente Partito Democratico quali fossero le mete ideali e sociali che doveva perseguire, per inseguire l’arduo cammino della modernizzazione: niente più vetuste distinzioni tra destra e sinistra, per fare largo al libero mercato, soprattutto della forza-lavoro, cominciando con l’abolizione dell’articolo diciotto. “Mai come ora – scrive D. dopo aver notato di passata la debolezza attuale del sindacato – ci sarebbero le condizioni perché gli innovatori presenti a destra e a sinistra negli schieramenti collaborassero tra loro, o guardassero alla parte politica che più da garanzie di realizzare riforme innovatrici indipendentemente da lealtà a identità politiche”[2].</p>
<p>Ma che cosa ha impedito al PD di compiere fino in fondo il cammino, di risolvere “il problema della identità della sinistra”? I fattori sono diversi, ma uno su tutti ha prevalso: l’assurda “guerra dei trent’anni” che ha visto l’opposizione costruirsi un’identità attorno all’antiberlusconismo (ultima, tremenda incarnazione: il progetto di legge Gentiloni). Perché assurda? Perché “gli argomenti” sono “deboli e inconcludenti”[3].</p>
<p>Le indicazioni di D. sono diverse, le une dirette, le altre meno, come quelle che, di fatto, indicano nella lotta ingaggiata da Scalfari contro Berlusconi (o viceversa? Curiosamente il testo non offre in materia alcuna precisazione), anche sul piano industriale e finanziario, una delle cause della strana e inutile guerra. Ma soffermiamoci sul punto essenziale, sul nocciolo dell’argomentazione di D.: che cosa afferma la vulgata antiberlusconiana, quella dei governicchi del centro-sinistra, a cui finalmente Veltroni ha messo fine (proprio bravo, questo Veltroni)? La vulgata afferma che il problema Berlusconi risiede tutto nel conflitto di interessi. Ebbene, “il ragionamento si basa su assunti apparentemente di buon senso, in realtà è meno ovvio di quanto sembra, per ragioni logiche ed empiriche”. In primo luogo non pare sussistere alcun legame tra potere televisivo e scelta politica: la Lega, per esempio, vince pur non accedendo e non possedendo il mezzo televisivo; in secondo luogo, “il nodo del conflitto di interessi è difficile da dipanare essenzialmente per motivi politici: infatti le soluzioni costituzionalmente praticabili o sono inefficaci o danneggiano chi le propone. Così ad esempio, se si considera pericoloso, e quindi da evitare, il sommarsi di potere politico con un rilevante potere economico in qualunque settore, oltre alla difficoltà tecnica di definirne i limiti quantitativi, si finisce per considerare soggetti pericolosi gli imprenditori che hanno avuto successo, i capitalisti. Ancora un passo e si finisce per considerare pericoloso il capitalismo”[4].</p>
<p>Vi è poi l’aspetto pratico della questione: le elezioni si perdono se si impone la vendita delle televisioni, che nella “nostra giurisdizione” è assimilata all’esproprio. E’ insomma “assurdo opporre un divieto amministrativo alla volontà della maggioranza degli elettori”. E si immagina il lettore “che cosa sarebbe successo se il buon senso e la coscienza democratica non avessero prevalso” nel far fallire ogni tentativo di rendere  non eleggibile Berlusconi?[5]</p>
<p>Questa le filosofia della storia di D.: che ci informa sì, che la guerra contro Berlusconi è finalmente e opportunamente finita grazie agli sviluppi conosciuti dalla tecnologia (il digitale, internet ecc.), che renderà ancora più ampi di quelli esistenti gli spazi di libertà della rete, ma che ci informa altresì di quanto la borghesia che pensa di essere modernizzatrice sia legata a Berlusconi a filo doppio e sia disposta, come è sempre stata disposta in Italia, a buttare alle ortiche le leggi e i diritti, quando ostano al sacro principio della proprietà privata – ma tale può veramente dirsi quella costruita grazie allo Stato e alla politica (a Craxi, insomma) – o alla volontà della maggioranza.</p>
<p>D. ci lascia anche qualche perla sulla crisi: si tratta della fine del capitalismo? Intanto dalla crisi si uscirà prima di quanto si creda. Ma “sarà un dramma se lo Stato, entrato per salvare, restasse per occupare, se le restrizioni temporanee diventassero permanenti, se le medicine per debellare l’emergenza diventassero una droga quando sarà necessario lo scatto per la ripresa. Lo sarà soprattutto per l’Italia che più di tutti i paesi occidentali ha conosciuto la pervasività dello Stato nell’economia. L’abbiamo ridotta solo costrettivi dall’immanenza del disastro: ci portiamo dietro, cronicizzata, una debole fede nel valore del mercato”[6].</p>
<p>Conclusione: “Questa guerra dei trent’anni non è stata solo per la liberalizzazione dello spazio televisivo. Mani Pulite prima, e la vittoria di Berlusconi poi, sono state la rottura di equilibri politici che duravano dalla Costituente. Si è fatta strada l’idea che è necessario superare il patto da cui è nata – per alcuni, tra cui il sottoscritto, anche nella sua prima parte –, per riformare la forma di Stato e di Governo, per ampliare gli spazi dell’iniziativa privata. Sarebbe un ben beffardo destino se l’assetto di potere ritornasse allo stesso punto di dove era trent’anni fa, se questa guerra combattuta per più privato e più libertà nei media finisse con più Stato e più regole nell’economia; se chi ha costruito il suo successo sulle macerie dei vecchi partiti, ricostituisse a propria vantaggio lo stesso sistema di potere di cui essi si alimentavano”[7].</p>
<p>Del resto, la nascita del Partito della Libertà, scrive D. citando il filosofo Biagio De Giovanni (che collabora, guarda caso, al “Riformista”, tra i campioni di “debenedettismo”), sancisce la nascita del “partito della borghesia italiana”, quindi un partito della “rivoluzione liberale”, non più “garante”, come la DC, della Costituzione[8]. E qui e là D. lascia intravedere una certa ammirazione per il Tremonti di La paura e la speranza, oltre che per il Berlusconi campione di libertà d’iniziativa antimonopolisitica e antistalista (la Rai è IRI, partecipazioni statali, orrenda lottizzazione partitica eccetera).</p>
<p>Mi pare che a commento di questa triste testimonianza della cultura delle nostre classi dominanti e dirigenti (il vero conflitto di interesse è dato dalla RAI lottizzata), si possa richiamare un passo di un autore liberal-conservatore, che per un certo periodo fu addirittura vicino, politicamente, ai socialisti di Filippo Turati, che in quel torno di tempo invitava, proprio come oggi invita D., ad abbracciare la fede liberista, anche se in un contesto strategico assai diverso da quello tratteggiato da D.. L’autore è Vilfredo Pareto: “Gli imprenditori risentono vivamente la pressione della libera concorrenza. Per sottrarvisi richiedono al governo ogni specie di protezione: protezione contro la concorrenza dei paesi stranieri; protezione contro gli operai (scioperi, associazioni operaie, ecc.); protezione mediante l’alterazione di monete; protezione contro i possessori di risparmio, il governo provvedendo a conceder prestiti ad un saggio minore di quello che si determina liberamente sul mercato; protezione per i trasporti per terra e per via d’acquea; sovvenzioni marittime; premi, ecc., ecc. Ogni governo, che accorda tali protezioni, impedisce agli ‘imprenditori’ di assolvere la loro funzione sociale. Opera come un governo socialista, che, dopo di aver incaricato dei funzionari di determinare i coefficienti di fabbricazione che danno il massimo di ofelimità, permettesse a questi funzionari di non farne nulla; ben peggio: permettesse loro di determinare i coefficienti di fabbricazione sì da favorire certi interessi particolari. Gli imprenditori, che assolvono la loro funzione sociale, sono degli esseri utili. Gli imprenditori, che non l’assolvono, sono, quanto meno, dei parassiti e possono divenire estremamente nocivi”[9].</p>
<p>La libera concorrenza è fenomeno tremendo: coloro che pensano che sia l’ultimo approdo dell’umana libertà, dovrebbero saperne subirne le conseguenze, economiche (fallimenti) e sociali (disoccupazione e relativa instabilità sociale e politica e relativi pericoli rivoluzionari), in ogni circostanza: anche, e direi soprattutto durante la crisi. Per il timore che lo Stato allunghi troppo le mani, non sarebbe allora meglio impedire qualsiasi salvataggio? Se la crisi finanziaria è già alle nostre spalle, perché non fare fallire tutte le imprese, anche bancarie, di cui il mercato decreta l’inconsistenza? La disoccupazione? Stiano pur tranquilli i disoccupati, che l’abolizione dell’articolo diciotto, rendendo il mercato flessibile quanto mai, consentirà loro di trovar ben presto degno posto all’interno della Repubblica fondata oggi sul lavoro, domani, chissà, sul profitto e sulla quasi-rendita politico-economica.</p>
<p>Il pericolo della nascita del “partito della borghesia” è quello denunciato da tutti i liberal-liberisti italiani, da Pareto a Luigi Einaudi: che la borghesia, magari un solo imprenditore o pochi gruppi imprenditoriali, asservano lo Stato per il conseguimento di meri ed immediati interessi di classe, per far sopravvivere caste e ceti, non certo l’impulso al progresso economico e alle libertà civili e sociali. D. non sfugge alla regola: e lo testimonia la sua simpatia per Tremonti, novello “antimercatista” e “neo-protezionista”, collettivizzatore delle perdite, ma non dei benefici della “libera concorrenza”. Mi piace ricordare che è da questa semplice idea – essere cioè lo Stato, inevitabilmente e intrinsecamente, uno Stato di classe, nel senso più deteriore del termine – che nacque la critica liberal-liberista non solo al socialismo, in ogni sua forma, da quella di Turati a quella di Gramsci, ma anche al fascismo: non al mussolinismo, ma appunto al fascismo come sistema di potere economico e sociale, prim’ancora che politico e mediatico. Ma presumo che D. da tali considerazioni sarebbe irritato, visto che considera l’antifascismo, e i lai attuali di coloro che intravedono nel “partito delle libertà” i prodromi di un regime liberticida e denunciano “l’emergenza democratica”, tra i fattori che hanno decretato il fallimento della modernizzazione della sinistra italiana.</p>
<p>Sconvolge che apologeti del mercato come D. abbiamo costituito, e ancora costituiscano, l’ossatura di una parte rilevante del PD (ma alle europee D. ha votato radicale, spiega sul suo sito dove pubblica alcune sue interviste e articoli: si è stizzito dalla candidatura di Cofferati, che egli ritiene – che dio lo perdoni – un socialdemocratico “vecchi tempi”). Sconvolge che coloro i quali si considerano “borghesia illuminata” in cerca di forze sociali cui appoggiarsi per “modernizzare” il paese, considerino Berlusconi, in ultima analisi, un povero zotico che non ha capito, poveretto, che avrebbe vinto anche senza Rete4, Canale5, Italia1, Rai1, Rai2, una Rai3 spappolata dai post-comunisti (guarda caso nel testo non c’è traccia di questa vicenda), senza tutto l’impero Mediaset (che pare faccia sempre molti milioni di utili). Sconvolge che tanta intelligenza sia rivolta ad un lettore considerato un perfetto imbecille, uno dei tanti ascoltatori televisivi odierni, pronti a ubbidire ad ogni sorta di pubblicità commerciale, tranne che a quella politica: “la questione televisiva, sentenzia D., finisce senza vincitori: per Mediaset i tempi d’oro sono passati, della Rai non è neppure il caso di parlarne, anche i giornali politici sono in crisi non solo congiunturale”[10]. Questi trent’anni, insomma, non sono esistiti, l’ascesa di uno dei maggiori capitalisti italiani al potere esecutivo e legislativo sono uno scherzo della natura, un ritaglio di cronaca paesana, giocandosi le sorti della Nazione su ben altri terreni; primo tra tutti la sistematica distruzione di fatto e di diritto della nostra Costituzione, che D. vorrebbe finalmente cestinata definitivamente; e poi il progressivo radicarsi, udite udite, della libertà di informazione e della libera concorrenza. Il lettore sappia che ci apprestiamo a non vivere anche i prossimi, di anni, che già si caratterizzano per il tentativo sistematico, da parte del potere legislativo e governativo, di controllare le nuove forme mediatiche cui allude D. Il quale, con le sue riflessioni, dimostra quanto attenta sia la borghesia illuminata (sic!) ad individuar, con attento scandaglio del progresso tecnologico, spazi di libertà da… controllare e soffocare nel prossimo futuro, da arare come terreno di quasi-rendite politico-economiche.</p>
<p>In ogni modo, il testo di D. è utile per decifrare le forze oggi in campo: per questa borghesia modernizzatrice (sic!) il gran nemico è “Repubblica”, i “girotondini”, l’antiberlusconismo, la distinzione destra/sinistra, la nostra Costituzione, le leggi tutte, qualsiasi forma di organizzazione sindacale, qualsiasi tentativo di rendere pluralistica l’informazione e la cultura, qualsiasi accenno di critica alla società della pubblicità, qualsiasi tentativo di capire che cosa significhino i termini di “imprenditore” e di “concorrenza”, qualsiasi tentativo di considerare la proprietà privata una istituzione sociale, qualsiasi ragionamento sulla natura dello Stato e sulle sue funzioni. Il lettore immagina che ruolo ha ricoperto il coautore del testo, cui chiediamo scusa per non aver analizzato nemmeno un rigo del suo contributo? Era membro dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato!</p>
<p>Due parole, infine, sulla casa editrice Einaudi: che appare essere parte costitutiva di un impero berlusconiano sempre più pervasivo e trasversale. Per D. non esistono, perché non possono esistere, editori “puri”; mi permetto di aggiungere: nemmeno case editrici “pure”. A quando, ministro Gelmini, un elenco preciso e “obiettivo” delle case editrici più prestigiose, quelle che consentono di acceder diritti diritti ad una cattedra universitaria o a un ministero o alla presidenza dell’Antitrust? Il ministro sappia che l’ingegner D. è pronto a sacrificarsi per il bene del Paese!</p>
<p>[1] Un esempio per tutti: “il compromesso storico come rinegoziazione del patto costituzionale era inapplicabile perché con il primo centrosinistra negli anni Sessanta si era rotto lo schema chiuso e organicistico della comunità nazionale e nel paese era cresciuto il bisogno di libertà e di partecipazione non inquadrata” (Einaudi, Torino, 2009, p. 42).<br />
[2] Ibid., p. 140.<br />
[3] Ibid., p. XI.<br />
[4]  Ibid., p. 91.<br />
[5] Ibid., pp. 91-2.<br />
[6] Ibid., p. 146.<br />
[7] Ibid., p. 146.<br />
[8] Ibid., p. 136.<br />
[9] V. Pareto, Corso di economia politica, Einaudi, Torino, 1943, vol. II, p. 105.<br />
[10] La guerra dei trent’anni, p. 128</p>
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		<title>Tv, perché il monopolio ha prodotto Berlusconi</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 13:54:21 +0000</pubDate>
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<p>di Tonino Bucci, da Liberazione del 06 Agosto 2009</p>
<p>«La nostra tesi è che la questione televisiva e di rimando il problema politico del berlusconismo siano il frutto di anomalie antiche, di molto anteriori alla famosa discesa in campo, e che a tutt’oggi in gran parte perdurano». Il libro di Franco Debenedetti e Antonio Pilati, La guerra dei Trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008 (Einaudi, euro 19), fa lo stesso effetto di un’autoanalisi. I saggi dei due autori &#8211; l’uno, con un excursus politico alle spalle come senatore del centrosinistra per tre legislature, l’altro studioso di media e componente dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato &#8211; l’autocritica interna a una parte dell’opinione pubblica di sinistra italiana che non ha mai capito bene cosa fosse il berlusconismo e quando ha provato a farlo ha preso lucciole per lanterne. L’accusa, nella fattispecie, è che una parte maggioritaria della sinistra si è così attardata sull’idea che Berlusconi fosse la causa corruttrice del sistema televisivo, la fonte del degrado culturale e morale, da non rendersi conto che è stato piuttosto un sistema politico di antica data e un certo modo di gestire il potere ad aver reso possibile la nascita del berlusconismo e la crisi attuale della politica. A forza di confondere le cause con gli effetti non si è capito che non è Berlusconi a creare l’anomalia, ma che l’anomalia italiana ha creato il berlusconismo. Le responsabilità affondano nel passato di una storia trentennale.<br />
<span id="more-519"></span>«Quando si fa della questione televisiva il cardine dell’opposizione politica a Berlusconi, quando si concentra ossessivamente la battaglia politica sul conflitto di interessi, su presunte violazioni della Costituzione, sull’abuso di posizione dominante, quando tutto viene genericamente ricondotto a un degrado culturale ed etico indotto dalla televisione commerciale, si mira al bersaglio sbagliato, non si capiscono le ragioni del successo di Berlusconi e non si costruisce una solida alternativa alla sua politica. Sono queste le debolezze logiche e politiche dell’antiberlusconismo televisivo». Occorre risalire all’epoca del consociativismo, ai cascami del compromesso storico tra Dc e Pci, alla lottizzazione per focalizzare come mai in Italia non ci sia mai stata una riforma televisiva. E se pure la spartizione rappresentò una specie di risarcimento per la conventio ad excludendum nei confronti dei comunisti, la possibilità per questi ultimi di avere una rete, alla lunga quell’equilibrio nella gestione del potere impedì di mettere mano sul serio a un settore così strategico per il governo della società come quello televisivo. Si finì, in altre parole, col lasciare un’autostrada aperta al craxismo, alla televisione commerciale e a quell’intreccio spregiudicato di politica e affarismo che avrebbe generato il berlusconismo, pur di non intaccare lo status quo della Rai. Il confine era segnato, da una parte e dall’altra due territori intoccabili: di qua le poltrone di viale Mazzini, di là la tv commerciale del Cavaliere, ognuno padrone in casa propria. Anche se non convincono affatto i toni eccessivamente apologetici con i quali Debenedetti descrive e costruisce la figura di Craxi come l’eroe in lotta contro la conservazione. Attribuisce al craxismo una spinta modernizzante «che mira innanzitutto alla crescita del mercato interno, dei nuovi gusti e dei nuovi consumi e quindi delle aziende che possono promuovere e soddisfare quelle nuove richieste». Certo, Craxi intuisce le potenzialità della televisione tanto nel campo della comunicazione politica quanto in quello della soddisfazione di nuovi bisogni simbolici. Ma è una &#8220;modernità&#8221; che si fa strada con i colpi inferti alla scala mobile, ai salari e in virtù di un’alleanza con i gruppi più spregiudicati dell’imprenditoria italiana. Un Craxi, insomma, che pur di uscire dall’angolo in cui il compromesso Dc-Pci l’ha spinto, è disposto ad allearsi con gli spiriti più animali. E’ un modernismo al quale bisogna fare la tara anche quello di Claudio Martelli quando da responsabile nazionale del Psi per la cultura e l’informazione se la prendeva &#8211; come ricorda Debenedetti &#8211; con «un’espansione della Rai abnorme, incontrollata» che invadeva «tutto lo spazio disponibile, soffocando la stampa, le tv private, e il cinema, quasi fosse un nuovo Minculpop».<br />
Delle tesi di Debenedetti convince semmai di più quella che spiegherebbe l’anomalia televisiva italiana. Il problema fondamentale che è un imprenditore privato può oggi avere un enorme potere nella sfera pubblica senza dover rispettare i requisiti fondamentali di un servizio pubblico. La causa paradossale di questa situazione è che si è insistito nel pensare che l’unico servizio pubblico dovesse essere quello della Rai, cioè di una televisione controllata dallo Stato (anzi dai partiti) e che tutto il resto &#8211; la tv commerciale &#8211; potesse essere utilizzata da un qualsiasi imprenditore privato con il più assoluto arbitrio in quanto &#8220;non pubblica&#8221;. Il non intervento della politica (sancito dalla legge Mammì) ha permesso che Berlusconi fagocitasse uno spazio immenso lasciato libero. Non si è capito l’importanza di una riforma &#8211; e quindi non si è fatta &#8211; che imponesse anche all’imprenditoria privata di garantire e rispettare i requisiti fondamentali di un servizio che per definizione è &#8220;pubblico&#8221; come quello televisivo. Che sia in mano allo Stato o in mano a privati la televisione è comunque un mezzo che occupa lo spazio pubblico, che crea un immaginario collettivo. Il risultato? Un impero televisivo come quello di Berlusconi che detiene un incontrollato potere di penetrare nella sfera pubblica.<br />
«È riconducibile alle scelte dell’immediato dopoguerra &#8211; scrive Debenedetti &#8211; se il sistema politico ha esercitato il suo condizionamento sul sistema televisivo. Se si dovesse individuare la ragione prima, l’ Urgrund , per cui la «questione televisiva» in Italia diede luogo a una guerra di logoramento, in cui soffrirono sia il settore pubblico &#8211; i valori che le forze politiche dovrebbero rappresentare – sia quello privato &#8211; gli interessi degli editori tradizionali che cercarono di entrare nel settore insieme a Mediaset &#8211; è proprio l’ambiguità tra impresa di stato e servizio pubblico, che deriva dalla collocazione della Rai nelle Partecipazioni Statali. Vendute le grandi società dell’Iri, liquidata l’Iri stessa, la Rai si è portata dietro anche nel nuovo assetto proprietario l’irrisolto problema della sua governance». Ha senso difendere il monopolio pubblico oggi, in una situazione di duopolio? O non sarebbe meglio costruire un pluralismo nel quale ogni soggetto sia tenuto a garantire un servizio pubblico degno di questo nome?<br />
Nella seconda direzione va Antonio Pilati che si sofferma proprio sulla crisi del monopolio pubblico &#8211; un modello nato negli anni Venti con il sistema radiofonico (del quale la Bbc inglese è il caso più rilevante). «Il monopolio pubblico &#8211; scrive Pilati -comincia a incrinarsi dopo la metà degli anni Settanta e in meno di un decennio si dissolve in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale. Il periodo-chiave è quello compreso fra il 1975 e il 1977 quando un gran numero di emittenti private avvia trasmissioni terrestri su scala locale violando la riserva del servizio televisivo allo Stato. L’evento ha luogo per la prima volta in Italia e smuove l’immobilismo monopolista dei legislatori trascinando molti paesi all’apertura del mercato». In Francia nasce una pay tv nel 1984, seguita da due reti in chiaro un paio d’anni dopo (La Cinq e M6). Nel 1987 viene privatizzata Tf1, principale rete nazionale. In Gran Bretagna parte nel 1982 Channel 4, la seconda rete commerciale. In Germania fra il 1985 e il 1986 debuttano due emittenti nazionali, Rtl e Sat1. La rottura del monopolio pubblico però non è il risultato di un disegno consapevole, di un decreto politico. E’ piuttosto frutto di processi profondi di natura sociologica e culturale. «Deriva da una perdita di controllo, appare il frutto di circostanze impreviste che fanno emergere energie vitali lasciate per lungo tempo ai margini, poco utilizzate». In Italia la situazione è segnata dall’immobilismo di un quadro politico bloccato. A partire dagli anni Settanta un «sentimento di estraneità verso la politica e verso il suo modo di interpretare la cittadinanza si diffonde in larghi segmenti della società». Quell’immobilismo lascerà ampia libertà di manovra al circuito commerciale dove si incrociano la grande distribuzione e i produttori di beni di largo consumo. Il berlusconismo era alle porte.</p>
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		<title>Tv, una guerra lunga trent&#8217;anni</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 17:06:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Fabrizio Coscia, da &#8220;Il Mattino&#8221; del 24 Luglio 2009 Open publication &#8211; Free publishing &#8211; More il mattino]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/ilmattino-300x46.jpg" alt="ilmattino" title="ilmattino" width="300" height="46" class="alignnone size-medium wp-image-516" /><br />
di Fabrizio Coscia, da &#8220;Il Mattino&#8221; del 24 Luglio 2009</p>
<div><object style="width:600px;height:700px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;viewMode=presentation&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=090725170240-2999c01a21b34b13ad772d41867039e1&amp;docName=einaudi_1254895-&amp;username=guerradeitrentanni&amp;loadingInfoText=Tv%2C%20una%20guerra%20lunga%20trent'anni&amp;et=1248541642586&amp;er=7" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" menu="false" style="width:600px;height:700px" flashvars="mode=embed&amp;viewMode=presentation&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;showFlipBtn=true&amp;documentId=090725170240-2999c01a21b34b13ad772d41867039e1&amp;docName=einaudi_1254895-&amp;username=guerradeitrentanni&amp;loadingInfoText=Tv%2C%20una%20guerra%20lunga%20trent'anni&amp;et=1248541642586&amp;er=7" /></object>
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		<title>Quella guerra infinita che ha spezzato Mamma Rai</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 11:11:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Carlo Rognoni l&#8217;Unità del 22 luglio 2009 Open publication - Free publishing - More einaudi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/lunita_logo.gif" alt="lunita_logo" title="lunita_logo" width="200" height="100" class="alignnone size-full wp-image-512" /></p>
<p>di Carlo Rognoni l&#8217;Unità del 22 luglio 2009</p>
<p><div><object style="width:600px;height:420px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=090723105934-3b07086fbfe64ff080b254523b9c2e5a&amp;docName=einaudi_1252774&amp;username=fabrizio.goria&amp;loadingInfoText=Quella%20guerra%20infinita%20che%20ha%20spezzato%20Mamma%20Rai&amp;showFlipBtn=true&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" style="width:600px;height:420px" flashvars="mode=embed&amp;documentId=090723105934-3b07086fbfe64ff080b254523b9c2e5a&amp;docName=einaudi_1252774&amp;username=fabrizio.goria&amp;loadingInfoText=Quella%20guerra%20infinita%20che%20ha%20spezzato%20Mamma%20Rai&amp;showFlipBtn=true&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" allowfullscreen="true" menu="false" /></object><div style="width:600px;text-align:left;"><a href="http://issuu.com/fabrizio.goria/docs/einaudi_1252774?mode=embed&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml" target="_blank">Open publication</a> - Free <a href="http://issuu.com" target="_blank">publishing</a> - <a href="http://issuu.com/search?q=einaudi" target="_blank">More einaudi</a></div></div> </p>
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		<title>Politica e televisione: la lunga anomalia italiana</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jul 2009 10:20:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Natascha Fioretti, da Il Corriere del Ticino del 03 Luglio 2009 Non è una novità che il sistema televisivo italiano rappresenti un&#8217;anomalia rispetto a quello degli altri Paesi europei, in particolare per il suo rapporto a doppio filo con la politica e la sua dipendenza dai poteri forti. Sull&#8217;argomento si è già scritto tanto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-497" title="header_cdt_webjournal" src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/header_cdt_webjournal-300x29.png" alt="header_cdt_webjournal" width="300" height="29" /></p>
<p>di Natascha Fioretti, da Il Corriere del Ticino del 03 Luglio 2009<span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Verdana;"><em></em></span></span><span style="font-family: Verdana; font-size: xx-small;"><span style="font-size: 9pt; font-family: Verdana;"><em><span style="font-family: Verdana;"><span style="font-family: Verdana;"><br />
</span></span></em></span></span></p>
<p>Non è una novità che il sistema televisivo italiano rappresenti un&#8217;anomalia rispetto a quello degli altri Paesi europei, in particolare per il suo rapporto a doppio filo con la politica e la sua dipendenza dai poteri forti. Sull&#8217;argomento si è già scritto tanto, soprattutto da quando il proprietario delle tre maggiori Tv commerciali si è candidato in politica e per quattro volte è stato eletto presidente del Consiglio. Detto questo, è di recente uscito un libro in Italia, che torna a parlare della questione ma lo fa in modo originale, controcorrente rispetto ai soliti clichés e luoghi comuni in passato spesi sull&#8217;argomento, e, soprattutto, con l&#8217;occhio critico e sapiente di chi conosce la materia, quella politica, ed è il caso di Franco Debenedetti (senatore con il centrosinistra per tre legislature) e quella normativo-legislativa, ed è il caso di Antonio Pilati (componente dell&#8217;Autorità garante della Concorrenza e del mercato).</p>
<p><span id="more-496"></span>Il titolo «La Guerra dei trent&#8217;anni &#8211; Politica e televisione in Italia 1975-2008» parla per sé, e il riferimento al conflitto che nel Seicento devastò l&#8217;Europa è tutt&#8217;altro che casuale. Si tratta di una metafora voluta per dimostrare come l&#8217;ingresso del privato, della televisione commerciale nel sistema televisivo e politico italiano a metà degli anni Settanta, abbia dato vita ad un vero e proprio conflitto di interessi durato trent&#8217;anni, durante il quale ci si è preoccupati, da un lato, di mantenere il monopolio del servizio pubblico e di limitare l&#8217;espansione del settore privato, ingaggiando una guerra di potere in nome del conflitto di interessi; dall&#8217;altro, sono state fatte proprie certe anomale logiche politiche e di mercato già esistenti (dunque il conflitto di interessi è un male che affligge il sistema televisivo italiano già molto prima di Berlusconi ed è un problema soprattutto politico) utilizzandole nel quadro della creazione e dello sviluppo del polo televisivo commerciale.<br />
E se, un po&#8217; per sfinimento, come la guerra citata, un po&#8217; per la crisi finanziaria e le innovazioni tecnologiche, il conflitto televisivo sta volgendo al termine, quello politico persiste, e lo farà fino a quando, a sinistra come a destra, non si abbandoneranno quelle logore e consunte logiche corporative da sempre insite nel sistema politico italiano. Quelle stesse che, dall&#8217;inizio, hanno impedito di comprendere le reali opportunità e prospettive che la Tv commerciale offriva, e dunque di agevolarla e di regolamentarla, trasformando una guerra televisiva prima, in una guerra tra partiti, poi, con l&#8217;entrata in politica di Silvio Berlusconi, tra schieramenti e ideologie politiche opposte. Quindi, nel panorama dei molti scritti sul tema, il libro ha il pregio principale di proporre una nuova chiave di interpretazione e di lettura. In particolare la prima parte, quella di Franco Debenedetti, che oltre alla fortunata metafora propone una serie di azzeccati rimandi letterari e argute riflessioni, figlie del nostro tempo e di chi il mondo politico italiano lo ha vissuto da vicino. La seconda, di Antonio Pilati, è ricca e ben documentata, con abbondanza di elementi tecnici che la rendono sicuramente stimolante per chi è addentro alla questione televisiva ma che rischiano di far arenare il lettore meno esperto.</p>
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		<title>Politica e televisione «La guerra dei trent&#8217;anni»</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jul 2009 17:36:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Da Il Tempo del 03 Luglio 2009 Negli anni si è guadagnato la fama di «grillo parlante». Cioè di colui che, da sinistra, critica e pungola la propria parte. Senza indulgenze. E infatti Franco Debenedetti, un passato da senatore dell&#8217;Ulivo e un presente da editorialista e commentatore di fatti politici ed economici non fa sconti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/07/testata_tempo-300x43.jpg" alt="testata_tempo" title="testata_tempo" width="300" height="43" class="alignnone size-medium wp-image-482" /></p>
<p>Da Il Tempo del 03 Luglio 2009</p>
<p>Negli anni si è guadagnato la fama di «grillo parlante». Cioè di colui che, da sinistra, critica e pungola la propria parte. Senza indulgenze. E infatti Franco Debenedetti, un passato da senatore dell&#8217;Ulivo e un presente da editorialista e commentatore di fatti politici ed economici non fa sconti a nessuno. Neanche nel suo ultimo libro «La guerra dei trent&#8217;anni &#8211; Politica e televisione in Italia 1975-2008», che contiene oltre al suo, un saggio di Antonio Pilati (Einaudi editore, pagg 303, euro 19). Senatore, va bene la guerra della televisione, ma addirittura una guerra dei trent&#8217;anni. Non le pare di esagerare? «Il mio saggio si intitola &#8220;Storia politica della televisione&#8221;. Il problema base di chi affronta un tema storico è: perché le cose sono andate così, e non in un altro modo? Nel nostro caso: perché abbiamo Berlusconi?» E la risposta? «Berlusconi è il padrone della televisione commerciale italiana. In tre mesi ha organizzato un partito, ha vinto. Negli ultimi 15 anni ha vinto tre elezioni su cinque. Un fatto unico sulla scena politica europea. Un&#8217;anomalia? Certo. Ma l&#8217;Italia è piena di anomalie». Ad esempio? «Siamo il Paese che ha avuto il più grande partito comunista occidentale. Una forte influenza della Chiesa. Un sistema iperparlamentare dove la governabilità è sempre un problema. Governi deboli che hanno lasciato formarsi un enorme debito pubblico. Fino al collasso di Mani Pulite».</p>
<p><span id="more-460"></span>Scusi ma cosa c&#8217;entra Berlusconi con tutto questo? «Ho appena incominciato con l&#8217;elenco: se si parla di anomalie, bisogna ricordarle tutte. E non credo che si sanerebbero mandando Rete4 sul satellite». Ma, dicono a sinistra, adesso Berlusconi controlla tutto, anche la Rai. «Proprio per evitarlo, mi battei perché l&#8217;Ulivo al governo privatizzasse la Rai. Mi dicevano che tanto non c&#8217;era nessuno che se la sarebbe comprata. Ma se è così, domando io, il fatto che Berlusconi sia padrone della tv privata è un&#8217;anomalia del sistema televisivo o del capitalismo italiano?» Il Cavaliere è frutto o causa dell&#8217;anomalia italiana? «Solo i più rozzi sostengono che Berlusconi possedendo televisioni, può fare più pubblicità e ottenere più consensi: cioè che così altera il gioco democratico. Se la sinistra ha perso è per l&#8217;incapacità di dare risposte alla richiesta di modernità del Paese.</p>
<p>C&#8217;è una parallelo tra questo essere fuori fase con il Paese e l&#8217;altezzosità e la supponenza con cui le classi dirigenti hanno guardato alla televisione commerciale. La quale invece ha interpretato i desideri, sia degli ascoltatori che volevano cose diverse dalla televisione di Stato, sia degli imprenditori che volevano crescere con la pubblicità». Scusi ma non le sembra un libro troppo indulgente nei confronti del premier? «Non è indulgente verso Berlusconi, è severo verso la sinistra che non ha saputo capire e ha contribuito al successo del Cavaliere. Soprattutto verso quanti, tra i comunisti ma soprattutto fuori, ostacolarono l&#8217;evoluzione dell&#8217;ordine politico in Italia in senso simile a quello del resto d&#8217;Europa. E così si arriva al 1994». La discesa in campo di Berlusconi. «Io ero candidato con i progressisti. Berlusconi voleva fare il partito liberale di massa. Non era ciò di cui l&#8217;Italia aveva bisogno? Certo poi non l&#8217;ha fatto e questo è il motivo per cui non sono berlusconiano. Per la prima volta si parlò di taglio delle tasse. Non l&#8217;ha fatto, ma non è peggio dire che pagare le tasse è bellissimo? E le pensioni? Se Berlusconi non avesse fatto la proposta su cui poi è caduto, non ci sarebbe stata la riforma Dini». Come vede il futuro dell&#8217;Italia? «Il mio capitolo finisce, anche per esigenze editoriali, con il discorso di Veltroni al Lingotto. Da allora ne sono successe di cose e oggi, quello che io vedo, è da un lato un Pd avviluppato nelle crisi interne alle ricerca di un&#8217;identità. Dall&#8217;altro un Pdl percorso sotterraneamente dalla preoccupazione per il dopo-Berlusconi. In mezzo l&#8217;Italia immobile».</p>
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		<title>La Guerra dei 30 anni</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Jul 2009 08:23:46 +0000</pubDate>
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<p>Da Il Messaggero del 2 luglio 2009</p>
<p><object style="width:420px;height:589px" ><param name="movie" value="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf?mode=embed&amp;documentId=090703082045-28da95f355514c6ca693d3d22230dd68&amp;docName=ilmessaggero&amp;username=fabrizio.goria&amp;loadingInfoText=La%20Guerra%20dei%2030%20anni%2C%20Il%20Messaggero&amp;showFlipBtn=true&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;viewMode=presentation" /><param name="allowfullscreen" value="true"/><param name="menu" value="false"/><embed src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" type="application/x-shockwave-flash" style="width:420px;height:589px" flashvars="mode=embed&amp;documentId=090703082045-28da95f355514c6ca693d3d22230dd68&amp;docName=ilmessaggero&amp;username=fabrizio.goria&amp;loadingInfoText=La%20Guerra%20dei%2030%20anni%2C%20Il%20Messaggero&amp;showFlipBtn=true&amp;layout=http%3A%2F%2Fskin.issuu.com%2Fv%2Flight%2Flayout.xml&amp;viewMode=presentation" allowfullscreen="true" menu="false" /></object> </p>
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		<title>Sinistra in guerra per il piccolo schermo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 06:56:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Davide Giacalone, da Libero del 26 Giugno 2009 Fu una guerra di religione e di potere, con la religione usata quale strumento di potere e il potere come mezzo d’imposizione religiosa, che sconvolse l’Europa nella prima metà del XVII secolo. È un riferimento voluto e significativo, nel libro che Franco Debenedetti e Antonio Pilati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-294" title="libero_logosito-2" src="http://guerradeitrentanni.francodebenedetti.it/wp-content/uploads/2009/06/libero_logosito-2.jpg" alt="libero_logosito-2" width="258" height="58" /></p>
<p>di Davide Giacalone, da Libero del 26 Giugno 2009</p>
<p>Fu una guerra di religione e di potere, con la religione usata quale strumento di potere e il potere come mezzo d’imposizione religiosa, che sconvolse l’Europa nella prima metà del XVII secolo. È un riferimento voluto e significativo, nel libro che Franco Debenedetti e Antonio Pilati dedicano a “Politica e televisione in Italia” e a cui hanno dato, appunto, come titolo La guerra dei trent’anni (1975-2008) (Einaudi, pp. 304, euro 19). Attorno al piccolo schermo si sono misurati, per tanti anni, i dogmi e il potere. Ma, attenzione, le pagine di Debenedetti vanno ben oltre la pur importante storia televisiva: arrivano al cuore di una questione politica aperta. Meritano la massima attenzione.</p>
<p><span id="more-393"></span>Non me ne voglia, pertanto, Pilati (che è conoscitore della materia come pochi, ma anche ex componente dell’Autorità che regola le Comunicazioni, e ora commissario presso l’Autorità Antitrust, quindi nella condizione ideale per essere trattato in sede accademica, non nella carne viva della vicenda politica), ma il mio interesse si concentra sugli argomenti di Debenedetti.</p>
<p>Cominciando da qui: il libro è il benvenuto ed è musica per le mie orecchie, perché, finalmente, si può leggere e scrivere di televisione senza dover avere a che fare con assatanati della scomunica, con tesi che non riescono a distinguersi dalle accuse penali, tutte cadute nel vuoto e sbugiardate. Finalmente, insomma, una ricostruzione pacata e civile, seria. Evviva.<br />
Il decreto pro Agnes</p>
<p>I nostri lettori conoscono la storia, che pubblicammo nel libro Televisioni e politica, allegato a Libero. Le letture convergenti sono molte, a partire da una tappa fondamentale: il diffondersi dell’emittenza privata, il suo assumere carattere nazionale e, quindi, l’intervento oscurante e oscurantista dei pretori. Si era nel 1984 e il rimedio fu un decreto, emanato dal governo Craxi, la cui vita fu travagliata e venne infine convertito in legge nel febbraio del 1985. Nelle storie luogocomuniste quel decreto prende il nome di Silvio Berlusconi, intendendosi dire che lo favorì. Fin qui mi sentivo solo a scrivere che non è vero manco per niente, e che riaprire le televisioni era doveroso, mentre il reale favorito fu Biagio Agnes, che, grazie a quella legge, prendeva la guida plenipotenziaria della Rai. Debenedetti ricostruisce bene quei fatti e documenta le «ampie concessioni in Rai a favore della Dc e del Pci, che avrà la direzione del Tg3».</p>
<p>Parte bene, Debenedetti, e prosegue meglio, perché descrive il peso e il ruolo del “partito Rai”, che fu decisivo nell’indirizzare la storia. Certo, era al lavoro anche il “partito Fininvest”, così volendosi definire il frutto trasversale delle due attività lobbistiche, ma era la forza prevalente, che pretendeva la conservazione della Rai, con tutte le sue pratiche spartitore, a dettare il ritmo legislativo. Il “partito Fininvest” ebbe l’intelligenza di capire che quella potentissima lobby non doveva essere contrastata, ma assecondata, chiedendo, però, un trattamento analogo. Da qui discendono le tre reti a testa.</p>
<p>La follia del partito anti-Fininvest, che poi diventerà anti-Berlusconi, è sempre stata quella di cercare di trascinare indietro la storia, considerando inaccettabile quel che subito dopo si reclama come equilibrio da non compromettere: prima erano contrari a che un privato avesse una rete nazionale; quando ne ebbe due volevano che ne avesse una; quando ne ebbe tre volevano dargliene solo due. Se la legge Mammì, un autentico capolavoro di saggezza politica, non fosse stata approvata, li avremmo visti sbraitare nel chiedere che chi ha televisioni in chiaro non deve averne a pagamento, e non deve possedere giornali, e in particolare Repubblica, che Berlusconi aveva già conquistato. Si tratta, insomma, di gente costantemente in ritardo rispetto alla realtà. Che non è una colpa lieve.</p>
<p>Il merito, ulteriore, di Debenedetti è quello di non tirarsi indietro quando si presentano temi scabrosi, ancora potenzialmente tossici, specie se ci si trova a condividere, come lui, la battaglia della sinistra politica. Da dove origina la fortuna dell’emittenza berlusconiana? Il mondo luogocomunista s’arrampica subito fra la mafia e la massoneria di confessione gelliana. Il nostro autore preferisce la realtà: «L’origine del successo di Berlusconi non è per nulla misteriosa: libero da presunzioni culturali, capì come funzionavano i mercati (…), ebbe il coraggio di investire. Alcuni, Mondadori in particolare, erano titubanti anche in vista di iniziative legislative che si intravedevano: Berlusconi ebbe l’intelligenza politica di capire che, con il dominio che la Dc aveva sulla Rai, la televisione commerciale privata il suo spazio avrebbe dovuto conquistarselo, e non sperarlo dai governi di turno». E aggiunge due perfidie: Berlusconi aveva capito quel che c’era scritto in Razza padrona di Scalfari e Turani (meglio di chi l’aveva scritto?); ed era stato Enrico Cuccia a chiedergli di salvare la Mondadori. In qualche salotto la cristalleria tintinnerà, al tonfo delle due perfidie.<br />
L’ascesa di Silvio</p>
<p>E sono quasi temerarie le pagine in cui esamina il ruolo delle tv nel favorire l’ascesa politica del fondatore: «È un’arbitraria estrapolazione pensare che quello che vale quando si tratta di acquistare beni e servizi valga anche quando si tratta di esprimere una preferenza politica». La tesi è: i voti non arrivano perché si hanno le televisioni, ma queste sono a loro volta specchio di una realtà sulla quale è stata modellata la proposta politica. E, com’è noto, nello specchio ci si riconosce. «Che il controllo delle televisioni possa condurre a un “regime” è (&#8230;) contraddetto dalla prova pratica», infatti Berlusconi ha vinto tre elezioni e ne ha perse due. Mica male, come cazzotto nello stomaco di certa sinistra.</p>
<p>Leggetelo, perché se continuo a citare quel che mi piace va a finire che copio l’intero libro. Conservo alcune righe per quel che Debenedetti sostiene in conclusione: mai come adesso ci sono le condizioni affinché le persone ragionevoli, i riformisti, che si trovano a destra e a sinistra, possano collaborare. Non so, francamente, se le condizioni siano davvero le migliori, ma so per certo che quella gente (noi) è destinata a soccombere, da una parte e dall’altra, se non trova la forza di rompere l’orrenda scena delle guerre di religione. Debenedetti ci ha messo del suo, e va ringraziato.</p>
<p>www.davidegiacalone.it</p>
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		<title>Ecco perché la sinistra non sa guardare la tv</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 09:22:42 +0000</pubDate>
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<p>Di Nicola Porro, da Il Giornale del 25 Giugno 2009</p>
<p>È uno di quei libri che conviene leggere più che raccontare. Purtroppo sarà destinato più ad essere raccontato che ad essere letto. Si farà commercio delle storie dei suoi due autori. Si dirà che Franco Debenedetti è un «riformista» certo, ma di quelli maverick, originali. Che ha persino unito il cognome, invece di dividerlo, come al contrario ha preferito il fratello Carlo. E di Antonio Pilati si confonderà la sua passione per il mercato televisivo, nata in periodi non sospetti, con l’accondiscendenza alle tesi di Mediaset. Ma di commercio, appunto, si tratta. La guerra dei trent’anni più che della televisione commerciale, tratta di storia politica.</p>
<p><span id="more-395"></span>È la cronaca di un trentennio in cui la sinistra è stata vinta dalla propria ossessione. È la genesi dell’ostilità di un certo establishment nei confronti dei nuovi arrivati: la presunzione degli «ottimati» di utilizzare il moralismo come strumento di battaglia politica. È la «bella politica» di cui parla Eugenio Scalfari, dietro alla quale si nasconde un’incapacità di leggere i mutamenti popolari. Dall’anticraxismo alla questione morale di Berlinguer, dalla conservazione del compromesso storico al girotondismo. È la storia, nella prima parte del libro scritta da Debenedetti, della politica italiana dal 1975 ai giorni nostri. In un gioco di specchi si leggono i principali movimenti del nostro quadro politico nel riflesso deformato dello sviluppo della televisione commerciale. I democristiani della Rai, la sinistra dc, Berlinguer, Craxi, il pentapartito, Mani pulite e infine Berlusconi coinvolti da un’industria bambina che stava capovolgendo il set di valori di una società in mutazione. «I giornali nascono politici &#8211; leggiamo &#8211; e approdano all’impresa. Mentre la Tv nasce commerciale e approda alla politica». Applicare le interpretazioni tipicamente adottate per la carta stampata alle televisioni commerciali è stato l’errore genetico commesso dai detrattori di Mediaset. Un malinteso gigantesco, figlio di un’incapacità di comprendere la realtà. L’ossessione di portare le lancette qualche anno indietro viene descritta bene da Debenedetti: «Prima si deve tornare allo stato precedente». Craxi comprende per primo che è necessario spettacolarizzare la politica «per una forza che non ha gli strumenti di comunicazione della Dc e del Pci». La televisione commerciale non può che essere il suo strumento principale. Ma si tratta di una fase cavernicola del nostro sistema. La televisione rappresenta in questo senso una rottura più che una conservazione. È l’apertura del vaso di pandora dei mutamenti sociali del Paese. «Se la tv sembra spiazzare la politica, non è in conseguenza dell’entrata in campo del proprietario della Tv &#8211; scrive Debenedetti &#8211; ma anche del fatto che nell’opposizione tra tv pubblica e generalista sono contenute le contrapposizioni politiche accumulatesi negli ultimi decenni: privato e pubblico; crescita delle esportazioni e mercato interno; perdita di contatto con le piccole e medie imprese» e così via. Ma ancora e più esplicitamente: «A far vincere Berlusconi non è stata la propaganda, ma la televisione in quanto tale, non i mesi o l’anno dalla decisione di entrare in politica, ma i vent’anni in cui si è formata un’opinione generalizzata». Il tema non è dunque o solo quello dell’innegabile conflitto di interessi tra il proprietario delle tre reti Mediaset e il suo ruolo politico, ma piuttosto il conflitto di rappresentanza tra una classe politica nata e assecondata dalla Tv pubblica e una società completamente mutata anche grazie alla tv generalista. Ricorda Debenedetti la prima interpretazione di Bobbio: «Perché ha vinto Berlusconi? Credo che determinante sia stata la televisione, non nel senso che Berlusconi sia apparso in video molto più degli altri, ma perché la società nata dalla televisione è una società naturaliter di destra». Una società che non è stata compresa dal riformismo di sinistra. Che ha perso così la sfida di diventare maggioranza nel Paese. La questione televisiva diventa quindi un dettaglio. Sia pure fondamentale. La battaglia sulle televisioni Mediaset diventa una battaglia di principio. Ma soprattutto una battaglia contro una società che è mutata. E Berlusconi ne rappresenta la plastica icona. È un libro difficile. La tesi di Debenedetti non è propriamente berlusconiana. Così come evidentemente non può essere oggi letta come propriamente «democratica». Non si accomoda sulla curva di alcuna tifoseria. Si dice che la «guerra è finita» pur mancando una pace ufficiale. Chi scrive, per quel che conta, in ciò dissente. La guerra continua. Eccome.</p>
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		<title>E il commissario Antitrust smaschera le bugie di Veltroni</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 08:45:42 +0000</pubDate>
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<p>da Il Giornale del 25 Giugno 2009</p>
<p>Nello scrivere a proposito del libro La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia (1975-2008) (Einaudi, pagg. XIII-303, euro 19) di Franco Debenedetti e Antonio Pilati &#8211; ma in questa pagina mi occuperò solo del secondo &#8211; devo premettere di essere stato (sia pur lievissimamente e per brevissimo periodo) maldisposto verso uno dei due autori, l’autorevole commissario all’Antitrust Pilati, perché mi ha invitato a una presentazione del suo saggio dove oltre a lui e altri eccellenti discussori come il co-autore Debenedetti, Fedele Confalonieri, il perfetto moderatore Ferruccio de Bortoli, è intervenuto anche un Walter Veltroni, ormai libero da responsabilità politiche e dunque ancora più retorico del solito, che ha descritto la lunga guerra sulla tv del Pci, poi Pds, poi Ds, poi Pd come una grande battaglia «liberale» per le «regole».</p>
<p><span id="more-384"></span>Meno male che, a superare l’irritazione che mi provoca spesso l’ineffabile ipocrisia veltroniana, Pilati ha tirato fuori un perfetto esempio di complessità del reale: roba forte che funziona sempre come antidoto di banalità e retorica. Ha ricordato come in Italia vi sia un settore televisivo in cui la liberalizzazione è avvenuta in modo &#8211; parole pilatiane &#8211; selvatico, con regole appiccicate dopo le trasformazioni determinate dai soggetti del mercato. Questo «modo» ha consentito una perfetta competizione negli anni Ottanta, un’apertura stabile (eufemismo per definire lo sforzo eroico della tv privata sotto bombardamenti di tutti i tipi) di un sistema misto negli anni Novanta, l’entrata a piene vele grazie al governo di centrodestra della corazzata murdochiana nel 2003 come terzo grande soggetto del sistema televisivo. Invece nell’affine settore delle telecomunicazioni, le cose sono andate come leggiadramente chiede Veltroni: si sono fissate regole e authority, poi si è privatizzato Telecom Italia e ora ci si trova un mercato fiacco, con l’ex monopolista incombente e scarsa dinamicità industriale del comparto.<br />
La virtù di Pilati è esporre i fatti senza arroganza ideologica, con maestria logica che parla per se stessa. In questo senso La guerra dei trent’anni è un libro esemplare, e la parte pilatiana merita di essere degustata con particolare cura.<br />
Ricche le annotazioni politiche che accompagnano il racconto della guerra sulla tv durata trent’anni, fra un provvedimento legislativo sulla tv e un «balzo» produttivo dei mezzi di comunicazione. Esemplare quella sui rapporti fra Dc e Pci negli anni Settanta: mentre in Occidente tra le grandi forze di governo e le principali forze d’opposizione c’era convergenza sui grandi principi (sistema liberale, economia di mercato, difesa del mondo libero) e scontri anche duri sulle questioni di gestione corrente, in Italia i due capigruppo della metà degli anni Settanta, Giulio Andreotti e Pietro Ingrao, si contrapponevano sui principi e filavano d’amore e d’accordo sulla «gestione» (tipo spartizione della Rai).<br />
Convincente la ricostruzione degli anni Ottanta: quando il Pci berlingueriano ha l’encefalogramma piatto e per disputarsi la sua copiosa eredità scendono in campo Bettino Craxi e Eugenio Scalfari. Vince quest’ultimo ma eredita solo macerie. Macerie che i legittimi eredi, D’Alema e Veltroni, non sono capaci di restaurare quando se ne presenta l’occasione. Televisivamente parlando Pilati legge così l’abbandono della buona legge Maccanico e la scelta veltroniana di appoggiare Leoluca Orlando come presidente della commissione vigilanza della Rai. Chance di Walter &amp; Max per cambiare qualcosa, però lasciate per strada. Ma l’analisi del libro non è centrata solo o principalmente sulla politica. Excursus di respiro riguardano il rapporto tra grande distribuzione e mezzi di comunicazione. Magistrale la descrizione della funzione della «marca» tra capitale e racconto, e così quella del nuovo consumatore soggetto anche politico, e infine la rivoluzione digitale.<br />
Se nell’analisi politica Pilati dà dei punti ai migliori specialisti, in quella sulla realtà industriale del prodotto televisivo dà la birra a tutti. Leggetevelo.</p>
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